SENTIRE LA SPERANZA

RITAGLI     Ma l’amore     DOCUMENTI
non è soltanto un "sentimento"

Roberto Mancini
("Avvenire", 21/4/’09)

Tra le nostre parole essenziali, la più "compromessa" è «amore».
Eppure essa va ripresa come uno "specchio" che rimanda non l’immagine di sé, bensì quella della "disumanità" degli individui ridotti a sopravvivere senza nulla di "amorevole". Più una realtà è preziosa e più le parole per esprimerla sono "fragili". Un figlio della cultura dell’Occidente, di solito, non crede all’amore in quanto principio e luce della vita intera. Lo riduce a un’emozione rapida, o a un sentimento privato e "irrazionale". Se il valore dell’amore non è riconosciuto oltre questi confini, gli uomini si mettono a onorare poteri e valori ritenuti più "alti": se stessi, o qualunque tipo di "autorità". Anche Dio diventa credibile non per la sua natura "amorevole" o per la sua "misericordia", ma perché viene immaginato come un essere di indistinta "onnipotenza", la cui giustizia è capace di infliggere terribili castighi. Queste "entità" o presunti valori non salvano, né ci fanno respirare, non consolano né liberano. Se diventano "idoli", "disarticolano" l’umano in noi e tra noi.
L’amore è l’unica forza che crea e salva i legami "interpersonali" e, nel contempo, la forza che effettivamente porta a compimento la libertà umana.
Mentre senza gli altri, l’individuo non è che un "disgraziato". Lo psichiatra
Luigi Zoja ha osservato che ormai all’annuncio della «morte di Dio» deve seguire quello della «morte del prossimo», nel senso che nella mentalità corrente l’altro è un’esistenza remota o nulla, non una presenza "viva". Ricorre allora l’amara esperienza per cui solo la morte renda davvero "vivo", per chi resta, chi non c’è più. L’amore non è solo un’emozione o un sentimento. È il nostro elemento "vitale". Scrive Martin Buber: «I sentimenti dimorano nell’uomo, ma l’uomo dimora nel suo amore». È insieme casa e strada, "radicamento" e "trascendenza". Ed è l’energia più fedele alla vita, l’unica che possa "trasfigurarla" sino alla sua pienezza. L’amare implica gesti che lo esprimano senza risolversi. La sua energia si attua nel dare una forma all’esistenza. Se non si dispiega quest’apertura massima della forza di amare, si può solo "galleggiare" nella vita, con l’angoscia del "naufrago", e si resta "sconcertati", spaventati, risentiti. Le sofferenze maggiori che dobbiamo patire provengono dall’amore mancato o sbagliato. In questi casi perdiamo anzitutto la lucida visione delle cose. Se l’amore deve "dilatare" e guidare i passi quotidiani di ciascuno, chi guiderà il nostro amore? Esso può essere "accecato" e distruttivo, geloso e avaro.
La "svolta" si schiude imparando che – oltre a essere un’emozione, un sentimento, un bisogno, un desiderio e un’energia "radicale" – l’amore è la "vocazione" dell’esistenza umana, un invito rivolto a ciascuno, la forza d’attrazione che ci spinge a uscire da noi stessi per trasformare la vita in un "cammino". L’amore, d’altra parte, è anche ed essenzialmente la fonte misteriosa e viva di questo invito. Da qui assumono bel altra luce le emozioni, i sentimenti, i desideri. Il tratto più specifico della nostra umanità non è neppure già dato, è in "divenire" e sta nell’imparare ad amare in modo "creativo", paziente, fedele, generoso. In un film di
Wim Wenders c’è un personaggio che dice: «L’amore non potrà mai essere descritto alla maniera del cielo o del mare o di un altro qualsiasi mistero. È l’occhio col quale vediamo, è il "trasgressore" nel "santo", è la luce all’interno del colore».
L’amore, propriamente, è il senso della "realtà". Ecco perché a uomini persi a se stessi esso sembra la cosa meno "reale".