Quando la
"sofferenza" diventa un dono
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Roberto
Mancini
("Avvenire",
30/6/’09)
La domanda «chi sono io?» è la questione centrale da cui prende avvio il "pensiero indiano". Questa vasta e antichissima tradizione si presenta come un'"ermeneutica" dei "Veda", la rivelazione sacra risalente al 2000 a. C. nella tradizione orale e al 1.200 a. C. come scrittura. D'altra parte, tale "ermeneutica" non è puramente teorica, poiché implica la partecipazione dell'uomo all'unità profonda della "Vita divina". La ricerca "filosofica" tende a una verità che deve essere vissuta, come ricorda Anantanand Rambachan, sino a «liberare l'uomo dalla sofferenza». Infatti il dolore è il "pungolo" più forte a cercare la nostra vera identità. Ognuno deve ritrovare in sé l'"atman", che coincide con l'unicità dell'individuo e insieme con la presenza divina che ci abita. L'essenziale è che il Dio in noi possa ricongiungersi al Dio "cosmico", "brahman", il fondamento di ogni vita. Il cammino della conoscenza chiede di risalire dall'apparenza agli strati più profondi della realtà, che è "Comunione". La tradizione del pensiero non "dualista" ("advaita") dice che non ci sono né fusione né separazione tra Dio e le creature: ogni essere è in relazione con gli altri. Sperimenta che la "Comunione" è la realtà originaria chi giunge al "non-attaccamento" verso beni, desideri, successi, superando tutto ciò che può imprigionare l'"io". La libertà sta nel rifiutarsi di seguire i voleri dell'"io" superficiale, senza più trattare cose e persone come un possesso. Infatti i doni della vita non vanno sprecati con l'egoismo; ogni cosa ci è affidata affinché possa portare frutto per la "comunione" dei viventi. E se l'esistenza ci immerge anzitutto nella "sofferenza", nelle sue pieghe c'è la soglia della "liberazione" ("moksha"), a cui si accede scoprendo che la forza del dolore può essere trasformata. Il compito decisivo dell'essere umano è quello di aderire all'"amore divino" in modo da trasformare il dolore in nuovo amore. Il mito "vedico" di Prajapati fa capire quale sia il ruolo dell'umanità nel creato. Prajapati è la divinità originaria che, spinta dall'"ardore" ("tapas") e dall'"amore" ("kama"), sceglie di non essere più sola e così si spezza, smembra se stessa per far sì che il mondo sia. Non è un "sacrificio" a qualcuno per ottenere qualcosa. Nei "Veda" il "sacrificio" ("yajña") non è un'offerta "espiatoria" né uno scambio. È un "parto". Prajapati è il sacrificatore, il sacrificato e il sacrificio. Spezzandosi egli fa nascere il creato e nasce come creatore. Ma, una volta creato, il mondo cade nella distrazione e nell'ingratitudine. Viene da qui la "sofferenza universale". Perché il mondo non resti distrutto, tutto deve tornare a Dio. La "redenzione" è affidata all'umanità: ora siamo noi a dover vivere il sacrificio in quanto dedizione verso la divinità e verso ogni creatura. La dedizione alla "comunione", osserva Raimon Panikkar, porta ciascuno a partecipare all'Uomo "archetipo" e "cosmico" nel quale sussiste la pienezza originaria dell'umanità. Riconoscersi partecipi dell'Uomo "cosmico" vuol dire rendersi conto di come nulla possa separarci da Dio. Per realizzare questa sua dignità l'essere umano deve sacrificare il "piccolo sé" ("purusa") dell'individuo egoista per attuare il "vero sé", il grande "purusa". La via dell'adesione alla verità e al suo amore, ciò che Gandhi chiama "satyagraha", passa per l'arte della rinuncia, grazie a cui si sperimenta che, vivendo con dedizione, in definitiva si rinuncia alla rinuncia stessa. Infatti così abbiamo per sempre tutto ciò che conta: la partecipazione, fraternamente condivisa, alla "Vita" di Dio.