SENTIRE LA SPERANZA

RITAGLI     Ma la Cina riscopra     SPAZIO CINA
la "tradizione filosofica"

Roberto Mancini
("Avvenire", 7/7/’09)

Il confronto con l’antichissima tradizione della "filosofia" cinese conferma che il nucleo delle grandi civiltà ha in sé una stoffa "inter-culturale". Si tratta di una tradizione che si nutre del "Taoismo", del "Confucianesimo" e del "Buddhismo", fonti di sapienza capaci di resistere alla pressione ideologica del "maoismo" e oggi spesso riprese. In questa pluralità di prospettive si riconosce un filo conduttore: l’idea del soggetto umano come essere "intermedio" e partecipe dell’armonia "cosmica" tra "Cielo" e "Terra". Secondo il "pensiero cinese", il nostro cammino si svolge grazie alla consonanza tra vita individuale, comunità sociale e "cosmo". Qualunque cosa degna di essere cercata risiede nell’armonia in noi e intorno a noi. Armonia di cui ognuno deve prendersi cura già nel proprio "corpo" ("ti"), un complesso unitario di organi dotati di valore crescente, da quelli fisici a quelli spirituali. Il corpo è pervaso da un’"energia cosmica" ("qi") che, nella sua intensità più spirituale, dà forma al "cuore umano" ("xin"). E proprio il cuore è l’organo più importante, la sede non solo del sentimento, ma anche della riflessione e del senso "etico". È l’essenza del corpo, nella cui profondità vive l’anima, che è il cuore del cuore. L’essere umano aderisce al bene se, muovendo da questo nucleo radicale della sua soggettività, sa agire in sintonia con la forza "cosmica" che tutto governa.
In particolare, la corrente "filosofica" che segue la lezione di
Mencio, interprete originale del "pensiero" di Confucio, ritiene che la "natura umana" ("xing") si attui davvero solo nella relazione con il bene. Nel IV Secolo a. C. Mencio sostenne infatti che in ogni individuo è sempre aperta la strada della piena adesione al bene stesso, poiché la nostra natura è originariamente buona.
Bisogna poi vedere se le potenzialità del cuore di ciascuno avranno effettivamente modo di trovare nell’ambiente sociale la libertà di svilupparsi secondo la propria "scaturigine". Si gioca qui la possibilità di giungere ad avere un "cuore costante", con il quale si consegue il potere di dilatare l’amore famigliare sino a comprendere gli estranei. Afferma Mencio: «L’individuo di grande "virtù" estende il proprio amore da coloro che ama a coloro che non ama».
Oggi, mentre ci sono autori, come i "nuovi confuciani", che vogliono restaurare questa antica saggezza, altri, come
K’ang Yu-wei o Li Zehou, la rielaborano in dialogo con alcune "correnti" del pensiero "occidentale", tra cui anzitutto l’"illuminismo" e il "marxismo". Li Zehou intende l’umanizzazione come una via di bellezza dischiusa dalla "creatività" e dalla libertà. Per lui «la natura umana non è né il frutto della volontà divina e neppure istinto proteso alla soddisfazione delle esigenze dei sensi»; essa è piuttosto un nucleo di luce che affiora lì dove la vita viene "trasfigurata" in arte.
Comunque, che si esalti l’autonoma "creatività" dell’uomo, o che invece si insista sulla nostra consonanza con l’intera realtà del "cosmo", per l’"antropologia" tipica della "filosofia" cinese resta centrale la correlazione delle due unità: l’unità del corpo, del cuore e dell’anima e l’unità della giustizia, da attuare in ogni sfera della vita.
Se si ascolta con rispetto la sapienza della tradizione "filosofica" della Cina, si riceve un insegnamento prezioso. È l’indicazione secondo cui, per esistere umanamente, bisogna imparare a consentire con l’armonia del "Cielo" e della "Terra", in un viaggio che può compiere chi, giorno per giorno, è disposto a risalire al cuore dell’anima e al bene che lo fa battere.