SENTIRE LA SPERANZA

RITAGLI     La capacità di amare rende l’uomo "eterno"     DOCUMENTI

Roberto Mancini
("Avvenire", 21/7/’09)

La concezione "occidentale" dell’uomo ha il merito di aver colto l’identità umana nella "libertà" intesa come "creatività" e di aver contribuito in modo essenziale alla visione della dignità della persona. Ma la stessa creatività, anziché specificarsi come bellezza e "non-violenza", ha finito per essere identificata con l’esercizio della "potenza". Mentre le "antropologie" delle altre "filosofie" del mondo onorano il legame di ognuno con il corpo, con il cuore, con l’anima, con la natura, con la "comunità" e con Dio, ancora oggi nel pensiero dell’"Occidente" l’uomo è visto come un individuo che può plasmare se stesso secondo il proprio "disegno", stabilito dalla ragione.
Dall’eroe dell’"Odissea" all’«io-penso» della "filosofia moderna" sino all’individuo del "liberismo", la libertà pare implicare la condizione dello "sradicato", condizione poi disprezzata negli altri se sono stranieri "migranti". La vera libertà coltiva le relazioni vitali di cui ognuno è partecipe. Lo spirito di potenza invece crede che il singolo possa fare qualunque cosa a chi è "altro da sé". Il soggetto coincide così con l’efficacia delle sue "prestazioni". Finché la morte non gli toglie tutto. Ecco perché la nostra tradizione dice che l’uomo è un animale "sociale" (o "politico"), un animale "razionale" (o dotato di parola) e un animale "mortale".
Immensa "svista": risolvere l’umano in "socialità", "razionalità" e "mortalità" significa non avere neppure l’idea che l’essenza del nostro essere sta nel saper esistere con amore. Nel giungere a rispondere al "male" con il "bene". Solo l’essere umano, tra le creature, ne è capace. Questo "miracolo" d’identità è stato ignorato e anche la "rivelazione cristiana" è stata spesso "imbrigliata" entro una logica di potenza. Il bilancio del confronto tra le "antropologie" emergenti sia dal "pensiero occidentale" che dalle altre "filosofie" non ci dà una classifica dell’"antropologia" migliore, né la conquista di un punto di vista totale. L’identità umana non si lascia sintetizzare. Il dialogo tra le "filosofie" del mondo è illuminante non per avere un "riassunto" dell’umano, bensì anzitutto per cogliere la bellezza dei modi in cui l’umanità ha interpretato se stessa. Poi per vedere la direzione lungo la quale si scopre la verità del nostro essere. Da questo dialogo infatti diventa visibile la direzione di un "incontro". L’identità umana non è semplicemente data, somiglia semmai a un appuntamento in cui viene alla luce un’identità "indistruttibile". È l’incontro tra l’essere umano e la realtà del "bene". Quando l’uno aderisce con tutto se stesso all’altra, allora si manifesta il nostro volto. La "fede cristiana" lo ha testimoniato ravvisando in Gesù "crocifisso" la rivelazione non solo dell’"amore" del Padre, ma anche della nostra identità divenuta trasparente nell’amore "completo". Dopo di che nulla può "sfigurare" la dignità della creatura umana. Ormai sappiamo che né il "male" né la morte sono adeguati a noi, dunque non possono rispecchiarci. L’uomo va cercato in un "gesto", nello scatto con cui si svincola dalla "signoria" del "male" e della paura. Per lo più siamo troppo feriti, impauriti e sviati dall’"ideologia" dell’"egoismo" per dare continuità a un "gesto" di "bene" e di lucidità. Per questo, non per la brevità del tempo, ci crediamo "effimeri", sudditi del potere del "male" e della morte. Il cammino di una nuova "antropologia" "inter-culturale" dovrà liberarsi di questa credenza. Dove anche uno solo giunge alla libertà dal "male", lì vive tutta intera l’umanità. Così l’amore può divenire storia e il tempo lascia entrare l’"eternità".