SENTIRE LA SPERANZA

RITAGLI     L’"etica" vera è per le persone     DOCUMENTI
e il "bene comune"

Roberto Mancini
("Avvenire", 14/4/’09)

Cresce nella società la domanda di "etica". Ma di quale etica si tratta ? Essa, in sé, sarebbe un’energia per incontrare gli altri e condividere il bene. Il problema è che spesso predomina una "pseudo-etica" che sa solo imporre pesi sulle spalle delle persone. Il primo passo per uscire da questa strettoia è capire il senso della "responsabilità" e dei "valori". La responsabilità di solito evoca l’"imputabilità". Sembra nascere dalla colpa, dal debito, dalla "sventura". Nel suo nome si è giustificato il ricorso a ogni mezzo. Secondo Max Weber, un politico non può seguire l’etica delle proprie convinzioni, ma deve adottare l’etica della responsabilità per le conseguenze delle sue decisioni. Ciò lo porterà a difendere alcuni combattendo tutti gli altri. Del resto i valori stessi sembrano "entità ideali" che sovrastano le persone e chiedono la lotta contro chi ha valori diversi.
Tuttavia, con l’approfondirsi della coscienza della dignità umana e della presenza preziosa di tutte le "creature" si è visto che i valori non sono concetti utilizzabili a seconda della convenienza "ideologica". Sono realtà "vive": le persone, il mondo della natura, le relazioni. Allora la responsabilità si rivela come la risposta generata dal riconoscimento di un "valore vivente", che in realtà è un dono, non un peso o un’"astrazione". Si passa così dalla mera "reazione", automatica e inconsapevole, alla "risposta creativa’. L’etica inizia qui. La responsabilità è infatti la capacità di rispondere personalmente agli eventi della vita, all’altro che ha bisogno di me. «Dire "io" – scrive
Levinas – significa dire "eccomi"». La responsabilità, oltre che un’origine positiva nel dono e non nella colpa, ha un respiro universale e l’energia dell’amore generoso. La sua estensione è ravvisata da Hans Jonas sino alla cura per la natura e per le generazioni future. La sua profondità implica, per Dietrich Bonhoeffer, l’essere per l’altro. La sua qualità chiede, secondo Gandhi, l’azione "nonviolenta", che cerca l’alternativa al male ma non è contro nessuno.
Se sorge dalla percezione dei valori come doni a noi affidati, tra i quali c’è il nostro stesso essere, la responsabilità si svolge e si attua grazie al "dono di sé". L’azione responsabile non vede solo il "tu" che ha dinanzi, ma comporta anche il riconoscimento del "terzo", cioè di ogni altro. Questa "dismisura" non va intesa come se ci fosse chiesto di diventare "onnipotenti". Piuttosto ci ricorda che non è possibile fissare prima il confine della responsabilità e, soprattutto, che essa è il cammino della persona per diventare pienamente "umana", il fondamento permanente della "vita comune". Perciò deve potersi tradurre in educazione, politica, economia. In questa prospettiva è improprio parlare di «valori non negoziabili», giacché nella logica sottesa a tale espressione sarebbe naturale, se serve, combattere con qualsiasi mezzo chi ci ostacola nella difesa di quei valori. Ma è proprio l’esistenza di valori veri e "incondizionati" – valori "incarnati" anzitutto in ogni essere umano – a chiedere una fedeltà, nei loro confronti, che sa "negoziare", dialogare, rischiare la "fraternità" con chi è ostile. Perché l’avversario non è un "nemico", è qualcuno di cui sono "responsabile" e la cui "soggettività" è essa stessa, per me, un valore "incondizionato". Vivere è, comunque, dare la vita. Nessuno può trattenerla. La luce della responsabilità indica in ogni volto e in ogni storia di "creatura" una buona ragione per dare ciò che siamo, per farlo secondo il "bene", senza la paura di perderci.