NORMAN MANEA E IL FUTURO DELL’ "UNIONE"
Lo
scrittore: «Il mio Paese, latino e ortodosso insieme,
può essere l’intermediario
con un Est che non è solo un relitto esausto,
ma anche un immenso serbatoio di possibilità inesplorate».
Romania:
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punto d’incontro della nuova
Europa
«Dimentichi
dell’educazione all’amore per il prossimo,
oggi viviamo il ritorno del problema dello "straniero".
Ma quando risolveremo la contraddizione tra modernità cosmopolita
e nostalgia dell’appartenenza, saremo una patria dall’Atlantico agli
Urali».
Norman
Manea
("Avvenire",
16/12/’07)
Il crimine commesso a
Roma da un rifugiato romeno (di etnia "Rom") ci ha rammentato antichi
e recenti conflitti, sotterranei e palesi, che hanno funestato l’Europa e non
solo l’Europa. La stupefacente dichiarazione fatta da un sindaco italiano di
aver "liberato" la propria città da ogni presenza romena sembra
complementare alla salvifica soluzione avanzata, in un momento di improvvisa
illuminazione, dal Ministro degli Esteri romeno, che ha proposto l’espulsione
dei "Rom" nel deserto egiziano. Ho avuto occasione quest’autunno di
trascorrere un mese insieme a un insigne scrittore e amico italiano, che mi ha
fornito molte informazioni sull’inventivo "marasma" politico in cui
versa l’Italia di oggi. Avrei potuto ribattere e, qualche volta, l’ho fatto,
adducendo esempi grotteschi del teatro politico della Romania
degli ultimi anni, laddove la farsa e il "vaudeville" politico
improvvisano sempre nuove "tarantelle" bizantine. Mi sono rammentato del famoso
"Dibattito Walser" di circa un decennio fa, allorché lo scrittore
Martin Walser si mostrava inorridito dalle ricorrenti invettive contro i
tedeschi ogni volta che veniva ricordato l’Olocausto.
Proposi allora che ogni nazione, senza eccezioni, innalzasse i "Monumenti
della vergogna" a fianco dei monumenti storici già esistenti dedicati a
re, generali, ministri e maestri di patriottismo. Quando l’arte ha scoperto il
brutto come valore estetico, segnalava anche la necessità essenziale di
interrogarsi sul destino umano. Non solo gli atti degni di lode, ma anche gli
atti di brutalità e barbarie ci insegnano qualcosa di importante sull’uomo e
sulla sua storia sempre inquietante. La nostra contemporaneità assediata dalla
violenza e dalla discordia reclama, credo, memoriali siffatti della vergogna
nazionale. La caduta della Germania nazista nel 1945 è stata seguita dopo
quarant’anni da quella dell’Unione Sovietica e dei suoi
"satelliti". La
transizione "post-bellica" alla democrazia non è stata semplice né nella
Repubblica federale tedesca, né in Italia, né in Spagna, né in Portogallo. Il
periodo "post-comunista" nell’Est ha prodotto, a sua volta, non
soltanto una straordinaria distensione e ossigenazione sociale, ma anche duri
contraccolpi e sofferenze. In un periodo di ostilità e di divisione politica
del continente, il presidente De Gaulle affermava: "L’Europa si estende dall’Atlantico
agli Urali". Anche se, probabilmente, l’integrazione degli Urali in un’Europa
democratica unita continuerà a essere ancora per molto tempo problematica, è
di grande importanza che oggi non esista più un potere totalitario europeo che
stimoli e polarizzi l’aggressività estremistica e l’appetito per la
tirannia. Ci possiamo augurare che la Russia, ridotta territorialmente, ma
ancora autoritaria e arrogante, non abbia, nonostante le manovre che può
mettere in atto col ricatto energetico e atomico, la capacità di indebolire, di
nuovo, un’Europa democratica e prospera.
Benché l’Europa abbia fruito di un apprendistato incomparabilmente più lungo
e più consistente nella libertà e nella sua amministrazione razionale,
benefico per un numero sempre maggior di persone, mentre l’Est è stato
dominato per troppo tempo da avversità e aggressività, la situazione attuale
offre non pochi segnali inquietanti sia a Ovest che a Est del continente. Pare
che si acuisca la contraddizione tra la modernità "centrifuga",
cosmopolita, e il bisogno "centripeto" (o, quanto meno, la nostalgia)
dell’appartenenza. Ritorna, di nuovo, l’antico e sempre attuale problema
dello "straniero". Per quanto sia stato educato ad amare il suo
prossimo, l’uomo non è riuscito, a quanto pare – neppure nell’Europa
cristiana dall’Atlantico agli Urali – ad amare il suo prossimo come se
stesso o lo straniero come il suo prossimo. Lo straniero viene sentito anche
oggi, da molte parti, come una provocazione, se non addirittura come una
minaccia alla tradizione sedentaria della comunità, all’emblema nazionale. La
"Comunità europea" è una nuova utopia destinata a scomparire, come
tanti altri precedenti progetti comunitari? Il "tribalismo" si
dimostrerà più duraturo della solidarietà fondamentalmente umana, al di là
dell’etnia e della religione?
Viviamo in un mondo in cui la nozione di cittadino e di cittadinanza valica i
confini della Patria, in una realtà globale, in repentino cambiamento,
caratterizzata da rapide migrazioni e comunicazioni istantanee.
Forse la soluzione della convivenza planetaria non dovrebbe essere cercata nell’"amore"
o nell’altruismo e nella compassione degli individui e delle comunità, ma nei
loro interessi, coordinati verso il vantaggio reciproco. Il caso "romeno-italiano"
rammenta anche un altro aspetto della realtà. Il corrispondente da Bucarest di
"Le Monde" il 28 novembre di quest’anno ("La Roumanie, ses
Italiens, ses Chinois…") scrive che oggi l’Italia è il
"partner" commerciale più importante della Romania e riporta alcuni
dati: gli italiani hanno acquistato trecentomila ettari di terreno agricolo; il
numero delle imprese italiane che hanno investito in Romania ammonta a
ventiduemila, con una crescita annuale di mille unità; solo nella zona di
Timisoara vivono dodicimila italiani; quotidianamente, funzionano venti voli da
e per l’Italia. L’Europa orientale non è solo un relitto esausto, che
mendica alle porte dell’Europa occidentale, ma anche un immenso serbatoio di
possibilità inesplorate, una "chance" est-ovest di reciproca
riconsiderazione e rigenerazione. La Romania rappresenta, da questo punto di
vista, un interessante intermediario. La profonda scissione esistente nella
"psiche" romena e nella storia del Paese tra l’origine latina e la
religione "cristiano-ortodossa", lo sguardo e lo spirito oscillanti
tra la civiltà occidentale e il cielo orientale, dalle molteplici
codificazioni, si potrebbero trasformare da "handicap" in una
occasione importante: essere un ponte e una porta dell’intesa più profonda e
della collaborazione tra Oriente e Occidente. I grandi pericoli che incombono
sul presente e sul futuro del nostro agitato pianeta ci dovrebbero trovare
preparati all’incontro e al dialogo, al fine di evitare o moderare lo scontro.
Consapevoli, però, della grande premessa, e da essa fortificati: la nostra
civiltà europea. Diamole un nome: "Atene-Roma-Gerusalemme".
( Traduzione dal romeno di Marco Cugno )