LA GLOBALIZZAZIONE BUONA CHIESTA DAL PAPA
Le barriere commerciali l'ostacolo principaleL'appello di Papa
Benedetto XVI
teso a far eliminare lo scandalo della fame nel mondo impone a tutti, credenti e
no, di raccogliere le due sfide lanciate. Sulla prima - quella che tocca i
singoli e le famiglie affinché essi cambino «stile di vita e di consumo» -
questo giornale è già intervenuto ieri con il bel fondo di Giulio
Albanese.
Preme solo sottolineare che la Chiesa, soprattutto attraverso la sua
plurimillenaria esperienza di vita dei tanti multiformi ordini monastici, ha
molto da raccontare su questo punto agli uomini del nostro tempo.
Invece, sulla seconda sfida - la critica al funzionamento dell'economia mondiale
- si cercherà qui di seguito di avanzare una ulteriore riflessione. «Occorre
eliminare - ha detto il sommo Pontefice - le cause strutturali legate al sistema
di governo dell'economia mondiale che destina la maggior parte delle risorse del
pianeta a una minoranza della popolazione». Perciò, «è necessario - egli
continua - convertire il modello di sviluppo globale». Dunque, al centro della
riflessione collettiva va posta la gestione del mercato globale, così come oggi
essa si configura sia tra i diversi stati nelle loro relazioni economico-sociali
sia con riferimento all'attività produttiva e commerciale delle società
multinazionali. Ebbene, che la globalizzazione non funzioni per la maggioranza
dei Paesi poveri è un dato di fatto. Che, ancora, essa non sia stata in grado
di ripartire in modo equo i suoi indiscutibili vantaggi - in particolare, il
forte impulso dato alla crescita - è sotto gli occhi di tutti. Ma quali le
riforme necessarie capaci di tradurre l'appello del Pontefice in trasformazione
della attuale realtà?
La risposta a tale questione, per la maggior parte degli economisti di tutto il
mondo, è da tempo chiara: sono le barriere commerciali dei paesi ricchi che
fanno da ostacolo ad un commercio più equo tra i diversi Paesi. Al di là delle
tante parole spese sulla liberalizzazione dei mercati, va detto che sono,
invece, proprio i Paesi sviluppati, attraverso i sussidi e gli incentivi alle
loro produzioni agricole, che impediscono ai contadini del Sud del mondo di
esportare e, quindi, di crescere. Non è un caso, peraltro, che le trattative
sulla riforma del commercio internazionale - nel cosiddetto negoziato "Doha
round" - stiano naufragando sugli scogli dei contrapposti interessi europei
e statunitensi. Certo, in non pochi Paesi poveri manca perfino il minimo di
sostentamento per la sopravvivenza e, quindi, è indispensabile inviarvi aiuti
ed investimenti. Eppure, i Paesi ricchi non hanno le carte in regola nemmeno su
questo punto: il loro impegno di far affluire gradualmente almeno lo 0,54 per
cento del Pil entro il 2015 è rimasto, salvo in qualche caso, una vaga
promessa. Anche se, a ben pensare, gli aiuti, pur così necessari, che altro
sono se non un fragile surrogato della principale riforma continuamente rinviata
e cioè, lo si ripete, l'apertura delle frontiere?
Poi - va aggiunto - pesa sul commercio internazionale il ruolo delle
multinazionali: una questione, questa, che rileva non poco sulla corretta
allocazione delle risorse. La maggior parte delle società si avvantaggia, oggi
ancor più che nel passato, della globalizzazione dei mercati. Ben poche,
tuttavia, condividono con i paesi più poveri le loro tecnologie e il loro
"know-how". Operano al livello locale sul piano produttivo, e troppo
spesso solo commerciale, ma i centri di ricerca e di investimento sono mantenuti
a casa propria. È, invece, la condivisione dell' "expertise" e delle
strategie innovative con il livello periferico che consente di far godere anche
ai Paesi più poveri i vantaggi del mercato globale.
Non è facile conseguire obiettivi così ambiziosi. Ma l'intervento del Papa
contribuisce a dare a chi già opera in questa direzione, nelle grandi
istituzioni internazionali e all'interno degli stati, la percezione forte che
più vasti orizzonti di giustizia sono possibili anche sul terreno della lotta
alla fame nel mondo e dello sviluppo.