LA GLOBALIZZAZIONE BUONA CHIESTA DAL PAPA

RITAGLI   Le barriere commerciali l'ostacolo principale   DOCUMENTI

Gianni Manghetti
("Avvenire", 15/11/’06)

L'appello di Papa Benedetto XVI teso a far eliminare lo scandalo della fame nel mondo impone a tutti, credenti e no, di raccogliere le due sfide lanciate. Sulla prima - quella che tocca i singoli e le famiglie affinché essi cambino «stile di vita e di consumo» - questo giornale è già intervenuto ieri con il bel fondo di Giulio Albanese. Preme solo sottolineare che la Chiesa, soprattutto attraverso la sua plurimillenaria esperienza di vita dei tanti multiformi ordini monastici, ha molto da raccontare su questo punto agli uomini del nostro tempo.
Invece, sulla seconda sfida - la critica al funzionamento dell'economia mondiale - si cercherà qui di seguito di avanzare una ulteriore riflessione. «Occorre eliminare - ha detto il sommo Pontefice - le cause strutturali legate al sistema di governo dell'economia mondiale che destina la maggior parte delle risorse del pianeta a una minoranza della popolazione». Perciò, «è necessario - egli continua - convertire il modello di sviluppo globale». Dunque, al centro della riflessione collettiva va posta la gestione del mercato globale, così come oggi essa si configura sia tra i diversi stati nelle loro relazioni economico-sociali sia con riferimento all'attività produttiva e commerciale delle società multinazionali. Ebbene, che la globalizzazione non funzioni per la maggioranza dei Paesi poveri è un dato di fatto. Che, ancora, essa non sia stata in grado di ripartire in modo equo i suoi indiscutibili vantaggi - in particolare, il forte impulso dato alla crescita - è sotto gli occhi di tutti. Ma quali le riforme necessarie capaci di tradurre l'appello del Pontefice in trasformazione della attuale realtà?
La risposta a tale questione, per la maggior parte degli economisti di tutto il mondo, è da tempo chiara: sono le barriere commerciali dei paesi ricchi che fanno da ostacolo ad un commercio più equo tra i diversi Paesi. Al di là delle tante parole spese sulla liberalizzazione dei mercati, va detto che sono, invece, proprio i Paesi sviluppati, attraverso i sussidi e gli incentivi alle loro produzioni agricole, che impediscono ai contadini del Sud del mondo di esportare e, quindi, di crescere. Non è un caso, peraltro, che le trattative sulla riforma del commercio internazionale - nel cosiddetto negoziato "Doha round" - stiano naufragando sugli scogli dei contrapposti interessi europei e statunitensi. Certo, in non pochi Paesi poveri manca perfino il minimo di sostentamento per la sopravvivenza e, quindi, è indispensabile inviarvi aiuti ed investimenti. Eppure, i Paesi ricchi non hanno le carte in regola nemmeno su questo punto: il loro impegno di far affluire gradualmente almeno lo 0,54 per cento del Pil entro il 2015 è rimasto, salvo in qualche caso, una vaga promessa. Anche se, a ben pensare, gli aiuti, pur così necessari, che altro sono se non un fragile surrogato della principale riforma continuamente rinviata e cioè, lo si ripete, l'apertura delle frontiere?
Poi - va aggiunto - pesa sul commercio internazionale il ruolo delle multinazionali: una questione, questa, che rileva non poco sulla corretta allocazione delle risorse. La maggior parte delle società si avvantaggia, oggi ancor più che nel passato, della globalizzazione dei mercati. Ben poche, tuttavia, condividono con i paesi più poveri le loro tecnologie e il loro "know-how". Operano al livello locale sul piano produttivo, e troppo spesso solo commerciale, ma i centri di ricerca e di investimento sono mantenuti a casa propria. È, invece, la condivisione dell' "expertise" e delle strategie innovative con il livello periferico che consente di far godere anche ai Paesi più poveri i vantaggi del mercato globale.
Non è facile conseguire obiettivi così ambiziosi. Ma l'intervento del Papa contribuisce a dare a chi già opera in questa direzione, nelle grandi istituzioni internazionali e all'interno degli stati, la percezione forte che più vasti orizzonti di giustizia sono possibili anche sul terreno della lotta alla fame nel mondo e dello sviluppo.