Altro che conservatrice la «Sacramentum Caritatis»
Parla di pane e giustizia l'Esortazione fraintesaDavvero l'esortazione
post-sinodale "Sacramentum Caritatis" presenta della Chiesa una
funzione conservatrice, anzi proibizionista, come troppo frettolosamente e
incautamente hanno scritto il primo giorno della pubblicazione diversi laici non
credenti e anche qualche cattolico? Francesco D'Agostino sulle colonne di questo
giornale ha già argomentato, in riferimento al maggior tema di attualità - i
"DiCo" - quanto distante sia tale conclusione dai reali contenuti
dell'esortazione. Che va letta interamente per trarne un giudizio più meditato
e meglio aderente al testo, soprattutto per coglierne appieno i due spessori che
la caratterizzano; quello teologico-spirituale, ovviamente, ma anche quello
sociale, strettamente uniti da un unico filo: il mistero eucaristico.
Si dirà: ma che gli importa dell'Eucarestia a un non credente? Ecco, questo è
il punto, gli deve importare se vuole veramente capire che cosa è e che cosa
propone oggi la Chiesa per la salvezza del mondo. Come non rimanere colpiti
dalla forza dell'approccio teologico intorno al sacramento dell'Eucarestia, non
già posto al centro di una mistica tutta "privatistica", bensì
proiettato, o meglio inchiodato, sul terreno sociale e dentro, dunque, i
problemi della storia. Guardate - è stato scritto, cari amici non credenti - il
sacrificio di Cristo non si esaurisce all'interno di una singola esperienza di
vita bensì ci interpella e ci provoca per essere, tra l'altro, operatori di
pace e di giustizia. Ma pace e giustizia, non sono forse oggi, e assai più di
ieri, i problemi del mondo in cui tutti viviamo? Basterebbe solo tale
considerazione, per rinviare al mittente l'addebito di conservatorismo, e
mostrare di questa accusa la totale infondatezza.
Il documento però va ben oltre. Non si limita a valutare come prezioso il
servizio della carità, bensì indica con chiarezza ove oggi si giocano le sorti
dell'umanità e dove, quindi, è urgente agire con giustizia per creare un mondo
diverso. È il processo di globalizzazione, in talune sue componenti, ad essere
posto sotto accusa con un linguaggio che evoca, in uno con le parole di San
Giacomo, il grido antico e di perenne attualità di tanti profeti biblici e su
tutti di Gesù Cristo: «dobbiamo denunziare chi dilapida le ricchezze della
terra provocando disuguaglianze che gridano verso il cielo» (n.90). «È il
cibo della verità - si aggiunge - a spingerci a denunziare le situazioni
indegne dell'uomo, in cui si muore per mancanza di cibo a causa dell'ingiustizia
e dello sfruttamento» e che ci obbliga - si prosegue - ad impegnarci per
modificare le strutture che producono tale scandalosa situazione. Perciò è
«necessario - come il
Pontefice aveva
sottolineato in un discorso precedente - convertire il modello di sviluppo
sociale».
Tutti i credenti, insomma, vengono chiamati ad un forte impegno sociale, per il
rinnovamento degli attuali rapporti economici e sociali, assumendo
conseguentemente, in collaborazione con le istituzioni internazionali, statali e
private, una propria diretta responsabilità di fronte ai mali del mondo.
Ma lo fate veramente? Potrebbe, e dovrebbe, obiettare un non credente. Tale
domanda ci riporta al cuore della «battaglia» che la Chiesa come tale non può
prendere nelle sue mani e che va combattuta sempre di più dai cristiani
incalzati dall'Eucarestia nonché dall'impegno per la giustizia da parte di chi
credente non è. E allora, in luogo di assurde etichette appiccicate alla Chiesa
per mera convenienza legata ad un obiettivo piccolo piccolo, non sarebbe meglio
che ci si rimboccasse tutti le maniche di fronte ai ben più incalzanti problemi
che il mondo pone agli uni e agli altri?