Altro che conservatrice la «Sacramentum Caritatis»

RITAGLI   Parla di pane e giustizia l'Esortazione fraintesa   DOCUMENTI

Gianni Manghetti
("Avvenire", 17/3/’07)

SACRAMENTUM CARITATIS (da www.vatican.va)

Davvero l'esortazione post-sinodale "Sacramentum Caritatis" presenta della Chiesa una funzione conservatrice, anzi proibizionista, come troppo frettolosamente e incautamente hanno scritto il primo giorno della pubblicazione diversi laici non credenti e anche qualche cattolico? Francesco D'Agostino sulle colonne di questo giornale ha già argomentato, in riferimento al maggior tema di attualità - i "DiCo" - quanto distante sia tale conclusione dai reali contenuti dell'esortazione. Che va letta interamente per trarne un giudizio più meditato e meglio aderente al testo, soprattutto per coglierne appieno i due spessori che la caratterizzano; quello teologico-spirituale, ovviamente, ma anche quello sociale, strettamente uniti da un unico filo: il mistero eucaristico.
Si dirà: ma che gli importa dell'Eucarestia a un non credente? Ecco, questo è il punto, gli deve importare se vuole veramente capire che cosa è e che cosa propone oggi la Chiesa per la salvezza del mondo. Come non rimanere colpiti dalla forza dell'approccio teologico intorno al sacramento dell'Eucarestia, non già posto al centro di una mistica tutta "privatistica", bensì proiettato, o meglio inchiodato, sul terreno sociale e dentro, dunque, i problemi della storia. Guardate - è stato scritto, cari amici non credenti - il sacrificio di Cristo non si esaurisce all'interno di una singola esperienza di vita bensì ci interpella e ci provoca per essere, tra l'altro, operatori di pace e di giustizia. Ma pace e giustizia, non sono forse oggi, e assai più di ieri, i problemi del mondo in cui tutti viviamo? Basterebbe solo tale considerazione, per rinviare al mittente l'addebito di conservatorismo, e mostrare di questa accusa la totale infondatezza.
Il documento però va ben oltre. Non si limita a valutare come prezioso il servizio della carità, bensì indica con chiarezza ove oggi si giocano le sorti dell'umanità e dove, quindi, è urgente agire con giustizia per creare un mondo diverso. È il processo di globalizzazione, in talune sue componenti, ad essere posto sotto accusa con un linguaggio che evoca, in uno con le parole di San Giacomo, il grido antico e di perenne attualità di tanti profeti biblici e su tutti di Gesù Cristo: «dobbiamo denunziare chi dilapida le ricchezze della terra provocando disuguaglianze che gridano verso il cielo» (n.90). «È il cibo della verità - si aggiunge - a spingerci a denunziare le situazioni indegne dell'uomo, in cui si muore per mancanza di cibo a causa dell'ingiustizia e dello sfruttamento» e che ci obbliga - si prosegue - ad impegnarci per modificare le strutture che producono tale scandalosa situazione. Perciò è «necessario - come
il Pontefice aveva sottolineato in un discorso precedente - convertire il modello di sviluppo sociale».
Tutti i credenti, insomma, vengono chiamati ad un forte impegno sociale, per il rinnovamento degli attuali rapporti economici e sociali, assumendo conseguentemente, in collaborazione con le istituzioni internazionali, statali e private, una propria diretta responsabilità di fronte ai mali del mondo.
Ma lo fate veramente? Potrebbe, e dovrebbe, obiettare un non credente. Tale domanda ci riporta al cuore della «battaglia» che la Chiesa come tale non può prendere nelle sue mani e che va combattuta sempre di più dai cristiani incalzati dall'Eucarestia nonché dall'impegno per la giustizia da parte di chi credente non è. E allora, in luogo di assurde etichette appiccicate alla Chiesa per mera convenienza legata ad un obiettivo piccolo piccolo, non sarebbe meglio che ci si rimboccasse tutti le maniche di fronte ai ben più incalzanti problemi che il mondo pone agli uni e agli altri?