RIFLESSIONE

Dopo il crollo delle "ideologie",
il problema della domanda di senso ha investito il mondo laico.
  Ma anche chi ha fede deve fare i conti con il dubbio: «Dov’è Dio?».

RITAGLI    Credenti e non credenti, dove ripartire    DOCUMENTI

Nel mondo di oggi la fragilità e l’incertezza sono "cifra" comune.
L’intesa può venire dalla reciproca proposta di speranza.

GIANNI MANGHETTI
("Avvenire", 30/1/’08)

La questione "laici-credenti", divenuta bruscamente centrale nel dibattito nazionale, può essere affrontata in modo più pacato di quanto sia finora, purtroppo, spesso avvenuto? Chi scrive, anche alla luce della propria passata personale esperienza di impegno civile, ne è profondamente convinto, come cercherà di mostrare in questa riflessione che segue il percorso dialettico "credenti-non credenti" anziché quello "laici-credenti". La domanda di senso – mi sono chiesto – è solo dei cristiani? O è, invece, una domanda dell’uomo? Credo si possa convenire che ogni uomo, credente o meno che sia, si porti dentro l’interrogativo sulle cose ultime. Ma, allora, perché dai non credenti è presentata come una esclusiva questione religiosa, come se solo il mondo dei credenti – cristiani, ma naturalmente anche ebrei e musulmani – fosse interessato al proprio destino "ultraterreno"? Essi soli chiamati ad interrogarsi su ciò che siamo e vogliamo essere e su quel che poi saremo. Sicuramente ambedue, credenti e non credenti, non abbiamo fatto abbastanza per capirci, per conoscere noi stessi attraverso gli altri. Indubbiamente, i non credenti, soprattutto quelli impegnati in politica, si portano addosso il peso del crollo delle "ideologie" ben più di quanto questo possa aver riguardato i credenti. Aver "sognato la luna" ed essersi ritrovati dentro un cupo cielo in tempesta, proprio mentre il mondo si stava "globalizzando", può aver contribuito a scuotere l’identità di non poche esistenze, in alto e forse molto di più in basso nella scala sociale ove è più difficile ricorrere a terapie di mera "razionalizzazione". Per molti il ritrovarsi senza i sogni e senza la "luna", senza quel che un tempo veniva chiamato "il senso della storia", deve aver prodotto "scombussolamenti" e sofferenze non da poco. Sicuramente, almeno nella fase iniziale, ha determinato una generale "disillusione", seguita da abbandoni dagli impegni civili con chiusure dentro i propri "orti" individuali; in altri, soprattutto tra gli intellettuali, è sboccata in approcci "radicaleggianti" e in rifiuti "laicisti"; in altri, ancora, si è tradotta in faticosa ricerca di nuovi approcci politici che sul piano istituzionale, inevitabilmente, pagano il prezzo di una iniziale fragilità e "vaghezza" ideale. Fragili ma alla ricerca, di per sé ammirevole, di un nuovo "metro" per ritrovare meno precari ideali di giustizia e libertà. Ma i credenti, dal canto loro, sono proprio rimasti fuori dalla "bufera" che ha investito i non credenti? A me pare che, proprio perché la domanda di senso, grazie a Gesù Cristo, sono chiamati a porsela, anche e soprattutto in rapporto agli altri, giorno dopo giorno, anch’essi abbiano subito l’"onda d’urto" sul proprio personale credo. Anche nel loro caso, talora, caduta l’opposta "ideologia", è apparsa una fede "rachitica" e anch’essi, esattamente come i non credenti, in alto e in basso nella scala sociale, si sono o rinchiusi nei propri "orticelli" o hanno cercato nuovi "approdi". Altri, infine, hanno sentito ancor più il peso della loro responsabilità, con una più nitida consapevolezza della loro concreta incapacità a riempire di coerente senso la propria vita di fronte alla drammaticità dei problemi di questo tempo. Hanno sentito, e sentono, più forte l’angoscia derivante da tale incapacità dentro un mondo che sembra possa fare tranquillamente a meno di Dio e quindi dei cristiani e ove la domanda di giustizia degli ultimi sembra rimanere largamente "inascoltata", con la risposta lasciata solo nelle mani dell’eternità di Dio. La stessa domanda: «Dov’è Dio?» ricorre, pare incredibile – ma lo è davvero? Se nella Bibbia altro non è che il "filo conduttore", fino a Gesù Cristo sulla croce, degli uomini che lo cercavano – ; tale domanda, dicevo, si presenta oggi più dentro il mondo dei credenti che tra i non credenti. In una sorta di apparente ribaltamento dei ruoli, apparente perché in realtà la fede nella Resurrezione e l’umiltà di ammettere la propria incapacità ad entrare nel disegno di Dio rinnovano nei cristiani la Speranza – lo "spirito", fonte di perenne ottimismo interno – per continuare il loro impegno. Fragili, dunque, anch’essi, come e forse più dei non credenti, mentre "remano" assieme nel "fiume" della storia. Gli uni e gli altri impegnati a ricercare la verità. Devono farlo separatamente, seppure nel rispetto delle proprie libertà? Certo, «l’identità di ogni uomo sta nella relazione, non già nel soggetto», ma anche i contenuti della relazione, per chi non rifiuti il dialogo, possono allontanare i soggetti se si sbaglia il metodo dell’approccio. Spesso questo, quando si dispiega, parte da una sorta di "pre-determinazione" di certezze, come se la propria identità dovesse essere circoscritta da confini da difendere con barriere, anziché farla sorreggere dalla consapevolezza che qualsiasi riconoscimento della verità da parte dell’uomo – credente o meno che sia – soffre di "provvisorietà". Incontrarsi, allora, implica riconoscere le proprie fragilità, le proprie paure, ma anche le rispettive speranze. Per i credenti l’incontro diviene parte della propria fede – «elemento intrinseco, non più estrinseco» – e per i non credenti parte di un arricchito percorso della ragione, rafforzato dalla testimonianza di altre fragilità e speranze. Negli uni lo spirito è spinto ancor più a liberarsi dal "fardello" – "parassita" sempre all’erta – dell’"integralismo", negli altri la ragione è portata ad allargare il proprio orizzonte e a ripensarsi continuativamente dentro i nuovi spazi offerti dalla speranza dei credenti. Se ambedue sono alla ricerca del vero non possono non ammettere che non gli si avvicineranno di un passo se non riconosceranno entrambi che hanno bisogno delle rispettive speranze per dare un senso più compiuto alle proprie; se non accoglieranno dentro di loro le rispettive fragilità, offerte in dono come primo passo verso la verità; se non ammetteranno, in sintesi, di essere al contempo "credenti" e "non credenti".