"G8", formula in crisi: serve una "scossa" d’impostazione

RITAGLI     Accantonare i singoli "dossier",     MISSIONE AMICIZIA
per suscitare la visione d’insieme

Gianni Manghetti
("Avvenire", 12/7/’08)

Il fallimento del "vertice" del "G8", ovvero l’incapacità dei più potenti Capi di Stato e di Governo di avviare a soluzione alcuni dei più "assillanti" problemi del mondo – il peggioramento del clima, la corsa del prezzo del petrolio, la povertà e quindi lo sviluppo dei paesi ove i poveri vivono – , tale incapacità, si diceva, ha spinto molti commentatori a chiedersi se vale davvero la pena di continuare ancora quel che appare più una stanca tradizione che un incontro politico. Le cause dell’insuccesso sono state attribuite vuoi al ridotto ruolo economico dei Paesi del "G8" e, quindi, al mancato coinvolgimento, con pari dignità, dei più significativi paesi emergenti (Cina, India e Brasile, in particolare), vuoi anche alla presenza di alcuni personaggi ormai "anatre zoppe" (George W. Bush e Gordon Brown), vuoi all’inesperienza di altri. Tali critiche, pur centrate, non sono, a mio parere, di per sé sufficienti a segnare la parola fine sopra un’esperienza "pluridecennale" che, entro certi limiti, qualcosa di buono ha comunque dato. Certo, oggi le aspettative della gente, a differenza del passato, sono senz’altro maggiori, anche se non so quanto dipenda dall’impellenza dei problemi o dal fatto che viviamo nell’epoca dei "media" ove tutto è "enfatizzato". Ciò per sottolineare che prima di "buttare via l’acqua con il bambino" converrebbe fare un’analisi più approfondita sulle cause vere del fallimento del "vertice" e intervenire su quelle, ove si riesca. Per carità, l’allargamento a nuovi paesi è importante ed è augurabile che venga fatto, ma non credo che anche i futuri incontri allargati possano garantire risultati migliori – tra l’altro i nuovi venuti complicheranno ulteriormente gli equilibri interni – , a meno che non si colga tale opportunità per cambiare radicalmente l’approccio finora seguito. Dalla lettura dei resoconti dei "corrispondenti" si trae l’impressione che i temi fondamentali dell’"agenda" sono stati trattati a compartimenti stagni, come se ciascuno non interferisse con gli altri.
Su ciascun tema si sono fatti pesare i rispettivi interessi nazionali, mai con una visione comune e d’insieme. Non potevano che uscirne dei "rinvii" (inquinamento dell’aria), "inconcludenze" (petrolio e energia), "pannicelli caldi" (povertà). Servirebbe, al contrario, che ci si predisponesse ad affrontare le più grandi questioni in modo unitario, nella convinzione che talune vie percorribili per la soluzione di qualche problema possono rappresentare in realtà possibili soluzioni per gli altri. Cercherò di essere più chiaro per il lettore. La sicurezza energetica è oggi al centro delle preoccupazioni strategiche di Stati Uniti, Cina, "Ue" e di tutti i Paesi che vogliono mantenere o sviluppare le loro economie. Essa è ricercata con ogni mezzo, ivi compresa la vendita di armi ai paesi più poveri. Ciò produce ulteriori ingiustizie e povertà, accelera la corsa del prezzo del petrolio, giustifica e permette l’uso indiscriminato di energia da "combustibili fossili", alimenta sempre più l’inquinamento. Dal canto loro, i paesi emergenti, che hanno trovato il mondo già inquinato, stanno reclamando il loro diritto a svilupparsi e a usare il petrolio, senza alcuna preoccupazione se inquinano, come del resto fanno, peggio degli altri. Come se ne esce? Occorrerebbe accettare "autocriticamente", e "preliminarmente" – questo è il punto essenziale – , che tutti i paesi hanno diritto allo sviluppo e che è compito di quelli già sviluppati sorreggerli verso uno sviluppo sostenibile, come obiettivo da conseguire in comune per la lotta contro la fame e il degrado economico. Si offrano, allora, ai paesi emergenti, e proporzionalmente a quelli più bisognosi, le tecnologie più avanzate e meno inquinanti; su tali basi si concordi con loro un identico piano di riduzione degli sprechi energetici; si indirizzino le riforme e i mezzi della "Banca Mondiale" e del "FMI" a sostegno di tali obiettivi; si cessi la corsa dei singoli stati al petrolio attraverso lo scambio di tecnologia militare. Non sto parlando, caro lettore, del regno di "Utòpia" bensì del mondo che noi tutti, appunto cittadini di tale mondo, vogliamo venga costruito dai Capi di Stato prima, durante e dopo i loro incontri.