I "semi-flop" dei "vertici" e le attese per la nuova "Enciclica"
Se la "crisi" non fa capire
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che le "emergenze" sono indivisibili
Gianni
Manghetti
("Avvenire",
25/4/’09)
Il "vertice" tra i
Paesi più ricchi del mondo, allargato ai più importanti Paesi
"emergenti" – il cosiddetto "G20"
– è ormai alle spalle. Con il suo carico di risultati positivi (il
rafforzamento del "Fmi"), con le sue delusioni (nessuna "politica
economica comune"), con le sue dichiarazioni di "meri" intenti
(no al "protezionismo" nazionale), con il suo "gigionismo"
(foto di gruppo per ricordare ai "posteri": "c’era anche
lui"). Ma mentre i nostri "posteri" sono, per definizione, lontani nel tempo,
intanto nel presente l’ultimo "contadino africano" sprofonda ancor
più – lui ben più di noi – dentro la peggiore "crisi economica"
dal 1929 in poi. E, ancora, l’ultimo malato di "Aids", di
"malaria" o di "Tbc" continua ad aspettare farmaci e una
assistenza che ne tuteli la dignità. E, ancora, le donne abbandonate, gli
orfani di strada, gli "analfabeti"... Quanti altri "ancora",
in Africa,
Asia
e America
Latina, continueranno
ad attendere una "politica economica comune" capace di ridare loro
almeno "briciole" di speranza?
Proviamo allora a guardare con gli occhi degli ultimi del mondo ai risultati di
tali "vertici" – anche alle aspettative del prossimo "G8"
– e se ci riuscissimo, più che la distanza tra le grandi aspettative
suscitate e gli "scarni" risultati finora conseguiti, percepiremmo lo
scarto tra la gravità "oggettiva" dei problemi che affliggono il
mondo "globale" e la coscienza che noi tutti abbiamo degli stessi.
Come se la nostra attuale profonda "crisi" e la ancor più profonda
"miseria" di tanti uomini non fossero tra loro collegate. Come se la
"crisi" si fermasse ai confini dei paesi più ricchi. Al dunque, negli
uomini di "governo" e nei politici "tout court" sono
sembrate pesare più le preoccupazioni per le difficoltà interne ai singoli
paesi che quelle di tale "dolente" umanità. Di qui le tentazioni e,
purtroppo, i peccati di "protezionismo", di qui l’assenza di
"piani coordinati", di qui i ritardi nella messa a punto di una nuova
"architettura" delle "istituzioni internazionali". Sembra
mancare al nostro tempo la consapevolezza di quale grande ruolo potrebbe avere
oggi la "politica": quello di essere al servizio degli uomini, ovunque
essi vivano. Mai come ora alla domanda di "giustizia" dei popoli
occorrerebbe dare una risposta fondata sull’"indivisibilità" dei
problemi dell’umanità. Mai come ora ci sarebbe il dovere di dotarsi di
"strumenti analitici" adeguati a trovare soluzioni per il mondo
"globale".
Da dove possono venire nuove attese e nuove speranze? Come è noto, la
"Chiesa" sta preparando una nuova "Enciclica
Sociale" su tali
grandi problemi. Ebbene, soprattutto dopo il "G20", essa appare quanto
mai necessaria. Necessaria per ridare le giuste coordinate a chi ha
responsabilità di "governo". Necessaria soprattutto per rafforzare la
speranza in chi è dentro il terribile circolo: "sfruttamento" –
"miseria" – fame – "malattie infettive" – morte. Come
si può essere "protezionisti" di fronte a tale realtà? Come
continuare a preoccuparsi di quel che penseranno i propri "elettori"
se si pone al centro della propria "politica" anche il benessere dei
"lontani", e degli "ultimi" in particolare? Un’"Enciclica",
dunque, per ridare il coraggio di spingersi al di là dei propri
"nazionalismi", per trasformare tale visione in un "sentire"
collettivo. Serve più "solidarietà"? Certo che sì, solo che non
dovrà fondarsi esclusivamente su "aiuti monetari" misurabili in una
data percentuale del proprio "Pil" ("obiettivo" come è noto del "Millennium
Goal"), per esigere invece la messa a punto di nuove e complessive
"politiche" economiche e finanziarie. La messa a punto di una generale
"rete" di "welfare" – sì di un collettivo
"welfare" – nonché di un parallelo collettivo sostegno alla
"domanda globale". Appunto, di tutti, di noi e dell’ultimo
"contadino africano". «La difficoltà – scriveva J. M. Keynes –
non sta nelle idee nuove, ma nell’"evadere" dalle idee vecchie». È
compito della "Chiesa" richiamare tutti noi e soprattutto le
"classi dirigenti" del nostro tempo alle rispettive responsabilità,
ma, mi chiedo, dovrà anche rammentarci le "ricette" che W. H.
Beveridge e J. M. Keynes hanno indicato, decenni e decenni or sono, per i loro
"coetanei" ma anche per noi, loro "posteri"?