VITA DI PREGHIERA

Il grido, la supplica che sale dal cuore verso un Altro che ci sfugge,
ma di cui sentiamo la presenza.
Un grande scrittore si interroga
sul «gesto» più misterioso e insopprimibile
della condizione umana,
conosciuto da ogni cultura e ogni civiltà.

RITAGLI    Pregare, ovvero essere precari    DIARIO

Salvatore Mannuzzu
("Avvenire", 19/8/’07)

La preghiera appartiene alla categoria del desiderio. Come ogni desiderio ha per oggetto qualcosa di cui siamo privi o non abbiamo abbastanza. Qualcosa che rimane fuori di noi, altro da noi, e che ci manca: rispetto a quel bene desiderato - il più grande di tutti - la nostra è una condizione di privazione, di povertà, di fragilità.
Così la radice della parola "preghiera" è la stessa della parola "precario". "Precarius", in latino significa: "ottenuto per favore", "dipendente dalla volontà altrui"; in senso traslato, "incerto", "malsicuro", "precario" appunto. Preghiamo perché avvertiamo la precarietà della nostra condizione; perché ci sentiamo vacillanti, sospesi nel vuoto, nel buio; perché la vita ci viene meno e insieme ci stringe alla gola; perché siamo privi di amore: di quell'amore che ci pare conti più d'ogni altro. Privi di amore pur avendo un terribile bisogno di amore, di vita e di luce. Preghiamo perché ci sentiamo insensati: pur avendo un terribile bisogno di senso.
Un terribile desiderio dell'amore, della vita, della luce e del senso che non abbiamo in noi: che sono altro da noi. Pregare significa rivolgersi a quell'Amore, a quella Vita, a quella Luce, a quel Senso: a quell'Altro. Ma Amore, Vita, Luce, Senso e Altro ho dovuto scriverli con l'iniziale maiuscola: perché? Perché noi non desideriamo un amore qualsiasi, una luce qualsiasi, una vita qualsiasi, un senso qualsiasi: li abbiamo già; e non ci bastano.
Che desideriamo, allora? Desideriamo Qualcosa o Qualcuno - ancora le maiuscole - che non sia precario, come noi e come tutto nella realtà naturale. Qualcosa o Qualcuno che anzi ci liberi dalla nostra precarietà e dalla nostra insensatezza. Per sempre: non mancandoci mai. Qualcosa e Qualcuno fuori dalla relatività e dalle sofferenze della realtà naturale. Qualcosa e Qualcuno che non abbia i nostri limiti, che sia Assoluto. E che - essendo anche Amore - sia buono e misericordioso senza limiti: altrimenti non ci soccorrerebbe. Infinitamente buono e infinitamente misericordioso: altrimenti si stancherebbe di noi. Si stancherebbe di noi che inevitabilmente ci comportiamo in modo da deludere e stancare di noi chiunque ci si accosti.
Desideriamo Qualcuno che - essendo Amore - sia disposto a perdonarci infinite volte. Qualcuno che ci sia Padre e Madre insieme; e che in quanto Padre e Madre ci sia Guida. A quel Qualcuno gli umani d'ogni luogo guardano da sempre. A quel Qualcuno che pure non hanno mai visto e quasi non conoscono se non col desiderio, a quel Qualcuno che sta al di sopra d'ogni loro comprensione e immaginazione, a Lui avvolto nel suo Mistero, gli umani dicono parole stentate e universali, dal fondo della loro miseria: e da ogni tratto - il più antico e il più nuovo - della loro lunga storia; da ogni latitudine del loro vasto e incomprensibile pianeta.
Cercano Lui gli umani, sentendo che il senso del mondo è fuori del mondo (e proprio in questo loro sentimento sta ogni preghiera, secondo Ludwig Wittgenstein). A Lui gli umani si rivolgono, dando ragione al Figlio dell'uomo Gesù che la notte prima della sua morte di croce indicava nella preghiera la risposta capitale e unica alla debolezza universale della carne; e insegnava a chiamare Padre - Abbà - l'Amore, la Vita, la Luce, il Senso Assoluto che pregando si invoca.
Questo desiderio d'un legame, addirittura d'un legame "parentale", con Chi davvero conta, con Chi davvero salva, questa "religione" ("re-ligare") è da sempre il cuore della vita umana, della storia umana. Da sempre, dovunque: commuovono non meno delle parole dei grandi profeti biblici i bastoni piantati a terra, nel Madagascar, appena fuori d'ogni casa, verso la direzione del sorgere del sole, in una muta domanda; o i mucchi di pietre che nelle terre degli Zulù crescono giacché ogni passante aggiunge la sua pietra per dire: "Dio, aiutami".
"Re-ligione": legame, rapporto tra ciascuno di noi - tra me - e quest'Altro, di cui ho un fatale bisogno, nella mia incompletezza e nella mia debolezza. Occorre dunque che io mi convinca che al di là del mio limite - del limite che tanto mi angoscia della persona che porta il mio nome ed ha vissuto tutta la mia storia - esiste questo sconosciuto Altro. E dunque occorre che io dal mio limite mi metta ad ascoltarlo: in silenzio.
Verrà? Parlerà? In silenzio - perché nulla copra la sua voce, che può essere più fievole d'un sussurro - lo aspetto. E la preghiera è questo silenzio che gli dedico, questa attesa di Lui. Ha ragione chi sottolinea l'etimologia del verbo attendere. "Ad-tendere": tendere a qualcosa che sta fuori di me; a quel Bene desiderato, distante da me.
Quanto distante? La distanza è immensa e insieme inesistente. Immensa perché Lui, illimitato, trascendente, è infinitamente diverso dal mio limite umiliato. Inesistente perché Lui è immenso e quindi è dovunque, anche dentro di me; e il suo infinito amore - Lui è più che altro amore infinito - creandomi ha voluto che questo mio limite serbasse qualcosa della sua immagine. Una "sura" del Corano dice: «Allah ti sta più vicino della tua vena giugulare».
Ma questo Dio, così lontano e così vicino, si manifesterà? Mi parlerà? E come mi parlerà? Dio si manifesta e parla in molti modi. Però i suoi tempi non sono i nostri tempi, il suo linguaggio non è il nostro linguaggio, i suoi segni non sono i nostri segni. A noi spettano la fatica di riconoscerli e la pazienza estenuante dell'attesa; fatica e pazienza che con l'aiuto di Dio possono diventare anche amorose - almeno talvolta.
E io intanto cosa dico a Dio? Succede che spesso gli chiedo qualcosa. Qualcosa per me o per altri; più per altri che per me, magari. Gli chiedo una grazia; ma farei meglio a chiedergli la sua grazia: perché in realtà io non so di cosa ho bisogno, o di cosa gli altri hanno bisogno; mentre l'unica cosa di cui tutti abbiamo davvero bisogno - tanto che senza siamo perduti e ci manca la vita - è la sua grazia.
Una preghiera estrema di domanda è quella che nel rivolgersi a Dio giunge fino a lottare con Lui. La Bibbia offre grandi esempi di una tale lotta con Dio, da Giobbe a Maria Vergine; la quale talvolta tiene testa al figlio e, umile e ostinata, col figlio riesce persino ad averla vinta: alle nozze di Cana. Uno dei possibili approcci a Dio è stringerlo con la forza del nostro desiderio, chiedendogli conto di ciò che non capiamo di Lui - con tutta l'umiltà dovuta. Ma si tratta d'una preghiera difficile, giacché non deve mai perdere di vista, nemmeno per un attimo, la misura divina dell'interlocutore e la nostra sottomessa misura umana.
Altre volte - meno spesso - la nostra è una preghiera di ringraziamento. Al centro della religione cristiana, del culto cristiano sta l'eucaristia: ed eucaristia è una parola greca che significa appunto ringraziamento. Ma ha ragione la liturgia israelita che insegna a ringraziare Dio della stessa gratitudine provata da noi. La realtà è che ogni nostra cosa capace di senso positivo la dobbiamo a Lui, è sua: senza di Lui nessuna buona intenzione ci visiterebbe, senza di Lui non compiremmo alcuna buona azione. È questa allora la qualità principale d'ogni preghiera che viene alle nostre labbra o alla nostra mente: appartenergli, essere dettata da Lui. Proprio come sono suoi la carne e il sangue, l'anima e la divinità in cui Lui trasforma per noi, quotidianamente, il nostro pane e il nostro vino.

Credo anche sia vero ciò che m'hanno insegnato da bambino: qualsiasi momento della mia vita che dedico a Lui è preghiera. Tanto più se si tratta d'una sofferenza: d'una delle prove che Lui ci manda per farci sbattere il viso sulla nostra vita senza scampo; e che sono il suo modo preferito d'aiutarci, di dividere con noi la croce perché noi dividiamo con Lui la resurrezione. La preghiera vale di più se è un servizio fatto ad altri, che ci costi qualcosa. Ancora di più se questi altri sono gli affamati, gli assetati, i forestieri, i nudi, i malati, i carcerati: i nostri fratelli più piccoli di cui il Vangelo parla spiegando che qualsiasi atto di carità fatto a loro è fatto a Lui, a Dio.
Ma se in qualche modo riesco a parlargli, se insisto nella preghiera, Dio che fa? Che mi fa? Mi risponde? Dio risponde sempre. Anzi è Lui che sempre ci chiama e ci parla per primo, e ogni nostra preghiera - ogni preghiera - viene solo dopo. Dio ci parla e ci risponde sempre: ma in modi che a volte - o spesso, o sempre - ci riesce difficile capire. Come Gesù insegnava, quando da figli chiediamo a Dio un pane Lui non ci dà una pietra. Ma Lui sa - e noi non sappiamo - qual è il pane che va bene per noi. Può essere un pane molto diverso da quello che gli abbiamo domandato - talvolta un pane assai duro da masticare.
E non poche volte Dio ascoltando la nostra preghiera rimane in silenzio: come se non ci fosse, come se non esistesse. Inutilmente lo chiamiamo, ci lamentiamo, piangiamo - a lungo: anche per una parte non piccola della nostra vita. Ma questo suo silenzio, questa sua apparente assenza, è uno dei modi della sua presenza: uno dei suoi modi di darci una risposta amorosa. E la nostra pazienza deve tenerne conto. Deve diventare una pazienza a sua volta amorosa: instancabilmente.

Una delle più importanti lezioni sulla preghiera viene a me da san Paolo. "Lettera ai Romani 8, 23-27": l'intera creazione - non solo il mondo umano ma anche quello degli animali e quello delle cose - vive nell'attesa "di essere liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio". In particolare noi umani "gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli". E questi gemiti sono la nostra preghiera: perché in realtà "nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare". Questi gemiti e la speranza "di ciò che [adesso] non vediamo". Mai dobbiamo dimenticare che "nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare": solo così la nostra preghiera acquista il senso giusto; ci mantiene vivi nella difficile speranza di cose il cui splendore non è percepito dai nostri occhi: e ci aiuta a interpretare le risposte di Dio, a metterci interamente nelle sue mani.
Perché intanto, continua san Paolo, lo Spirito di Dio che abita in noi, lo Spirito Santo grazie al quale la speranza non ci abbandona, si è unito alla nostra preghiera; e anche le sue parole, le sue insistenti parole, echeggiano dentro le nostre anime come "gemiti inesprimibili". Ogni invocazione rivolta a Dio non può avere per noi altro suono: ma lo Spirito Santo dà senso ai nostri gemiti, li porta dentro la volontà di Dio.
La preghiera dunque è un viaggio che può durare quanto la vita. Un viaggio che all'inizio ci porta a uscire da noi, alla ricerca dell'Altro, alla ricerca del Senso di tutto: del senso del mondo che è fuori dal mondo. Ma così il senso del mondo e di tutto diventa anche il nostro senso; e noi ci ritroviamo dentro di noi, nella nostra profondità vera e sconosciuta: imparando che non esiste altro modo per essere veramente chi siamo.

Devo questa riflessione alla rilettura del "Libro delle preghiere",
curato da
Enzo Bianchi per "Einaudi"…