Salvatore
Mannuzzu
("Avvenire",
23/3/’08)
«Tu ci credi che Gesù è
risuscitato?». Giorni fa si è svolto un lungo "dibattito" televisivo
attorno a questa domanda. A me ancora sembra – col suo gusto della
"semplificazione" e della sensazione giornalistica – una domanda
sbagliata. Non è con essa che possono iniziare a dialogare credenti e non
credenti (e i credenti fra loro). La questione di fondo,
"pregiudiziale" alle altre, invece è questa: "Gesù è il Figlio
di Dio, onnipotente e infinitamente pietoso?". Se non lo è, e dunque non
ci viene salvezza da lui, importa poco che sia o no risuscitato. Ma se è il
Figlio di Dio, ogni evento "sovrannaturale" attribuitogli dai Vangeli
risulta credibile; in particolare Gesù, vero Dio, non può non avere vinto la
sua morte umana: la morte "infame" e terribile, densa di peccati,
nella quale ha accettato di essere completamente "immerso" – e
chiuso, "murato", sepolto – per noi.
Per noi: solo grazie a questo suo angoscioso, interminabile
"passaggio" dentro la morte e a questa sua vittoria fuori da ogni
"sensibile" misura, arriva la nostra Pasqua, malgrado tutto; e,
qualsiasi cosa ci capiti, la gioia deve essere "perfetta". Giacché
lui non può non avere "debellato", insieme, ogni altro male, ogni
altra morte: solo per questo si è fatto "carne" sofferente e mortale.
Crederlo è il più grande "dono" – forse l’unico vero – che si
possa ricevere. Ed è proprio un dono, una "grazia": che nessuno di
noi merita. Se non ci investe da sé, sconosciuto "soffio" che spira
dove vuole e come vuole, continuiamo a vivere nel nostro sterile
"deserto"; e vanamente adoperiamo per uscirne ogni
"dottrina", intelligenza, ragione umana. Cosa dire allora a chi, anche
molto vicino a noi, magari al nostro stesso fianco, non ha ricevuto un simile,
"inconcepibile" regalo? Amici, fratelli, figli: cosa dirgli, perché
la nostra Pasqua sia anche la loro? La nostra Pasqua che senza di loro soffre:
forse non dovrebbe, forse non confida abbastanza nella misericordia di Dio, ma
soffre. O forse che soffra, che sia "dilaniata", è il modo giusto
perché non dimentichi la croce, senza la quale non ci può essere Pasqua.
Sì, ecco, la croce: è il punto di partenza verso la Pasqua anche per loro, gli
atei che amiamo, i non ancora "toccati" dal "vento" di Dio,
gli "increduli" dovunque dispersi. Che si rendano senza chiudere gli
occhi alla loro "croce" – e a tutte le croci, miriadi di miriadi,
piantate su ogni "lembo" del pianeta e della storia: corruzione,
peccato, dolore, "devastazione" dell’innocenza e della grazia,
morte... Accettiamo, "ciechi", che sia questo il destino ultimo di tutto? Che la
vita finisca in questo modo? Basta l’agonia d’un bambino
"violentato", d’un solo bambino ucciso dall’inedia, ad aprire una
"rottura" irreparabile da mano umana, a far precipitare la
"bilancia" dall’altra parte, per sempre. Signori del mondo, lucidi
"fautori" delle sorti magnifiche e progressive, chi se lo prende in
braccio questo bambino, vivo o morto, chi lo consola, chi gli restituisce quanto
ha perduto?
Un primo, importante passo è volere che non finisca così, per il bambino e per
gli altri, per tutti noi: sperare – chiedere, addirittura pregare – che l’ultima
parola non siano il male, l’insensatezza, il "buio". Insomma,
cercare, senza "desistere", di guardare oltre: verso l’invisibile;
sperando che ci sia questo "invisibile", questa Pasqua che tarda a
venire. E rimanere qui, dentro la pazienza quotidiana, in attesa d’un
"passaggio" che temiamo incerto, dalla morte alla vita: non ci è
consentito altro; e a questo punto tocca a Dio.
Al Dio onnipotente e infinitamente "pietoso" che portiamo scritto nel
cuore e del quale, "dibattendoci", non possiamo fare a meno.