REPORTAGE
Negli antichi
quartieri popolari si tramanda l’anima della città,
ma speculatori e amministratori, in vista delle Olimpiadi del 2008,
non tollerano più quelle viuzze poco presentabili e non vanno per il sottile:
indennizzi da fame, bulldozer al lavoro e spazio a edifici moderni e
scintillanti.
Palazzinari
rossi all'assalto degli hutong.
Qui vive una tribù solidale,
dove la forzata prossimità fisica crea rapporti quasi parentali.
I residenti convivono da anni con un incubo:
svegliarsi un mattino e trovare dipinto sul proprio muro l’ideogramma «chai»,
che vuol dire «demolire».
Qianmen non è un posto
qualsiasi. Sta nel cuore della Cina, a meno di cento metri da piazza Tiananmen.
Guardando sopra i resti delle case, tra i pertugi delle staccionate si vede la
porta Zhenyangmen che delimita a sud la piazza principale di Pechino. Ad avere
undici decimi si riuscirebbe anche a distinguere il ritratto del compagno Mao,
che troneggia col suo sorriso accennato dall’altra lato della piazza, sulla
porta della Città proibita. Una parte degli hutong di Qianmen sono stati tirati
giù quest’estate. Un’altra è ancora in piedi: laccata e tirata a lucido è
meta di turisti che rimango intrappolati tra venditori di calligrafie e
negozietti di "memorabilia" maoiste. Ma basta andare poco oltre, non
fermarsi quando finiscono i negozi, e ritorna la vita antica degli hutong, i
quartieri tradizionali della capitale.
«Pechino – scriveva nel 1966 Goffredo Parise – è una città insieme
geometrica e labirintica: un quadrato dentro un altro quadrato che contiene a
sua volta un altro quadrato e così via». Quest’ordine celeste sembra
sovvertito entrando in un hutong. Tanto le dimensioni della Città proibita sono
sovrumane, astratte e superbe, costruite per impressionare, per ricordare che l’essere
umano a differenza dell’imperatore è transitorio e fragile, tanto gli hutong
colpiscono per la loro disordinata intimità. Case ad un solo piano, organizzate
su delle corti interne, si susseguono a perdita d’occhio, grigie, polverose e
sporche. Sono quartieri percorsi da vicoli contorti, interrotti da piccole
piazze in terra battuta, animate come mercati dalle decine di commercianti che
in un fazzoletto di metri quadrati vendono a tutte le ore la loro mercanzia. Le
case negli hutong sono pressoché tutte senza acqua corrente e senza servizi
igienici, calde d’estate e fredde d’inverno, quando vengono scaldate con
stufe a carbone. Lo stesso carbone, compattato in piccole formelle circolari da
mezzo chilo, che si usa per cucinare. Sembrano il regno di una famiglia
allargata, una tribù solidale dove la forzata prossimità fisica crea rapporti
quasi parentali. Da anni chi risiede in questi quartieri convive con un incubo.
Svegliarsi un mattino e trovare dipinto sul proprio muro l’ideogramma chai,
che in mandarino vuol dire «demolire». Negli ultimi anni tutti i quartieri
storici sono stati vittime della speculazione: non c’è un hutong su cui
qualcuno non abbia messo gli occhi, che sulla carta non sia stato destinato a
scomparire. Con queste voci gli abitanti della vecchia Pechino si sono abituati
a coesistere. Qualche volta, poche in verità, è accaduto che il costruttore, o
il politico di turno, sia caduto in disgrazia e allora l’abbattimento di un
hutong è stato rimandato, a volte sospeso. Come è successo quest’estate nel
quartiere di Lìqun, il cui progetto di ammodernamento, affidato ad uno studio
di architetti francesi, è stato bloccato per via dei guai giudiziari del
vicesindaco della città, Liu Zhihua.
Ma quando sui muri di una casa compare il chai, allora vuol proprio dire che è
finita. La foga edile della nuova prosperità cinese è arrivata. Le alternative
sono poche. O accettare l’indennizzo minimo offerto, oppure fare resistenza
passiva fino a quando le ruspe non butteranno giù tutto. Molti cinesi sono
orgogliosi per la rapida modernizzazione della loro nazione e accettano di buon
grado il trasloco in una torre dotata di tutti i comfort, ancorché asettica e
lontana dal centro. Altri piangono la scomparsa delle architetture tradizionali
del loro Paese. Pochi protestano. Qualcuno lo fa in modo eclatante, come Zhu
Xhengliang, un contadino 45enne che la mattina del 15 settembre del 2003 si è
dato fuoco in piazza Tienanmen, sotto il ritratto di Mao, per lamentare la
distruzione forzata della sua casa, in una zona rurale della provincia di Anhui.
Nella sola Pechino dei seimila hutong originali non ne restano che 360. Negli
ultimi anni di fervore olimpico i bulldozer hanno costretto a sloggiare dalle
vecchie abitazioni più di settecentomila pechinesi, sempre con l’approvazione
dell’amministrazione cittadina. Del resto il trapasso della vecchia Pechino è
pianificato politicamente. Nel gennaio del 2005 il governo cinese ha approvato
il Piano generale della città di Pechino per il 2004-2020. Spiega che il
destino di Pechino è quello di «divenire una capitale internazionale, luogo di
cultura, in cui sia facile vivere». Il piano prevede in primo luogo la
riduzione della densità di popolazione. Come è presto detto: spostando la
metà degli abitanti del centro in periferia. L’altra metà, quelli che
potranno permetterselo, continuerà a vivere a ridosso di Tienanmen, in
quartieri rimessi a nuovo. Le vecchie casupole che costituivano la stretta
ragnatela degli hutong vengono sostituite da moderne riproduzioni degli siheyuan,
le tipiche case borghesi organizzate intorno ad un cortile centrale, tutte con
cucina e bagno privati. Non per nulla le stime dicono che negli ultimi anni la
superficie media delle case della capitale è passata da 27 metri quadrati a 69.
Ovviamente, ciò che la gente rimpiange degli hutong non sono tanto le
condizioni di vita – visto che a nessuno, neanche ai cinesi, fa piacere avere
l’acqua in casa quando piove o dover fare cento metri per andare in bagno – ,
quanto le relazioni che s’instauravano tra gli abitanti del quartiere.
Passeggiando d’estate per un hutong si vedono ancora gli abitanti della zona
che escono dalle loro minuscole abitazioni e mettono sul ciglio della strada
sedie, ventagli e termos di tè. Parlano, aggiustano biciclette, cucinano,
mentre le nonne sorvegliano i nipoti che corrono per strada e i mariti che
giocano a dama. Ma così come gli uomini anche le case a Pechino lottano per il
proprio spazio. E gli hutong sembrano proprio destinati a soccombere. Anche se
molti, come nella zona a est di Tiananmen, tra la Città proibita e la
modernissima arteria commerciale di Wangfujing, vengono tenuti in piedi.
Ammodernati e ripuliti ospitano i nuovi ricchi e gli occidentali che stanno
scoprendo Pechino. Sono belli e confortevoli, certo. Ma assomigliano tanto ad un
palcoscenico dal quale sono andati via gli attori.