STATO E POLITICA

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per un destino comune

Viviamo tra timori e speranze.
Ma non è troppo tardi per continuare a "sognare".

Card. Oscar Andres Rodriguez Maradiaga*
("Mondo e Missione", Aprile 2009)

L'opzione per la "giustizia" e il superamento della povertà richiedono una revisione dei compiti dello "Stato" e della "politica". Non serve molta teoria per individuare la direzione in cui muoversi. Bisogna operare per il soddisfacimento delle necessità "fondamentali", «attive» e «passive», che costituiscono quello che chiamiamo «bene comune» e che rientra nei discorsi di tutti quei "politici" che chiedono un'opportunità per «servire», anche se purtroppo, in molti casi, questa finisce per essere una possibilità di «servirsi».
Per gli esseri umani ci sono necessità basilari che sono di natura «passiva» e di fronte ad esse lo "Stato" non può smettere di essere "assistenzialista". Queste necessità sono il cibo, la salute, i vestiti, la casa... Da esse dipende la vita e pertanto dovrebbero costituire l'inizio dell'esame di coscienza "politica" dello "Stato" e della coscienza "sociale" della "comunità". Queste necessità sono il fondamento della "giustizia" e la prospettiva da cui si comincia a vincere la povertà. In genere, protestiamo per la violenza nel mondo, creiamo "Corti Internazionali" per castigare "genocidi" e violazioni del "diritto internazionale umanitario", ma è dimostrato che le morti per fame superano quelle causate dalle "mitragliatrici" e dai "campi di concentramento" di vecchia maniera ("nazisti" o "sovietici") o moderni (come i "campi" di «accoglienza» per i "migranti"), o dai "ghetti" per le "minoranze". Qui, esseri umani di "seconda classe" vedono passare noi, soddisfatti della nostra vita, ma pieni di paura per l'insicurezza che inevitabilmente nasce dalla «sovversione della povertà», promossa da coloro che non si rassegnano a morire senza sforzarsi di sopravvivere in una società "globalizzata" che, invece di generare impieghi, li sacrifica e non accetta l'evidenza che ogni impiego sacrificato significa una famiglia "condannata a morte".
I doveri dello "Stato" sono i diritti del cittadino e siamo sul punto di dimostrare che lo "Stato" sta fallendo nel compito di conservare e promuovere la vita, il cibo, la salute, la casa... Il nostro obbligo è di impedire questo fallimento. E lo stiamo facendo con l'azione "sussidiaria" della società civile, delle "organizzazioni non governative", delle "fondazioni" e delle "comunità organizzate" che non hanno accettato di "corrompere" i loro obiettivi e quelli di quei "partiti politici" che, dopo avere riconosciuto e in alcuni casi "purgato" i propri errori, ricominciano a orientare la "vita comunitaria" intorno alla realizzazione del "bene comune".
Ma tra le necessità basilari, ce ne sono anche di «attive», quelle cioè che promuovono la partecipazione di ogni cittadino, inclusi i poveri, attraverso l'«educazione-formazione» e la «creazione di impieghi» in cui chiunque possa diventare "co-protagonista" del proprio destino.
Per generare una società che avanzi sulla strada della conoscenza è necessario mettere in marcia un mondo in cui l'essere umano possa lavorare e sentirsi "co-creatore" della società, in cui abita. Certamente bisogna superare l'"analfabetismo"; solo i "milionari" o i "nuovi ricchi" possono permettersi il lusso di essere "analfabeti"; un povero senza formazione e senza impiego è già condannato in anticipo ad essere vittima di un destino che non merita. Jacques Attali, nel suo libro, "Breve storia del futuro", richiama la nostra attenzione affinché impediamo che per mancanza di "giustizia" e per non avere superato il problema della fame ci veniamo a trovare, noi, i nostri figli, i nostri nipoti, nel mezzo di una lotta implacabile tra i «sedentari» della città e i «nomadi» che arrivano per "saccheggiarla" allo scopo di sopravvivere. Viviamo tra il timore e la speranza, ma ho la certezza che non è ancora troppo tardi. Bisogna sognare con gli occhi aperti. La "gioventù dello spirito" è irrinunciabile.

* Arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras