I
vertici dei «Grandi», la crisi e l’etica
![]()
«Alla vigilia del "G8", resta la perplessità:
si è capito
davvero che la vera "crisi" è di senso?».
Card. Oscar Andres Rodriguez
Maradiaga*
("Mondo e Missione",
Giugno-Luglio 2009)
Al "G20" di
Londra,
nell'Aprile scorso, i "leader" del pianeta si sono riuniti per trovare
risposte alla "crisi economica" più grave che si sia verificata dopo
gli "Anni Trenta". Dall'incontro sono emerse molte riflessioni e
analisi ufficiali, gli "opinionisti" hanno fatto il loro dovere. Tuttavia, alla
vigilia di un nuovo appuntamento come sarà il "G8" in
programma in Italia a Luglio, pur essendo sempre chiamati all'ottimismo,
non riusciamo a scrollarci di dosso una certa sensazione di perplessità e
inquietudine. Sentiamo che manca qualcosa, che non è stata detta tutta la
verità e che non si è ancora disposti a fare tutti i sacrifici che la
situazione richiede. Troppi sono ancora i settori che non credono che la
situazione sia seria. Si pensa che investendo e generando "liquidità"
il problema si aggiusterà. Ma non è così.
Oggi serve un'economia che risponda a una concezione corretta dell'essere umano
e dell'universo e che unifichi gli sforzi affinché ogni generazione possa
svolgere il suo compito che è quello di rendere possibile un passo avanti nella
costruzione di un universo più umano. Oggi serve un'autentica economia
"sociale" di mercato, che non si pieghi troppo né verso il
"liberismo", né verso il "socialismo". Bisogna soprattutto
parlare di "etica", perché ogni grande "crisi" economica o
politica è sempre accompagnata da una rottura sul piano dei
"principi". Ogni grande "crisi" è caratterizzata dalla
consapevolezza di aver perso le "fondamenta" e di non sapere più
riconoscere le priorità e il senso delle cose. È la «società liquida» di
cui parla Zygmunt Bauman, la società
del "relativismo" evocata dal Pontefice
e da altre menti lucide capaci di andare oltre i "fanatismi" e i
"fondamentalismi". «Tutto non vale niente e il resto vale meno»,
diceva uno scrittore "latino-americano" per segnalare che una grande
"crisi" non è quella in cui «tutto è negoziabile»; una
"crisi" arriva alla sua massima espressione quando non vale più la
pena di "negoziare".
Siamo andati oltre la "corruzione": l'abbiamo superata. La "corruzione"
suppone che la "morale", il bene, abbiano un valore e pone un prezzo
per comprare quel valore e degradarlo. Oggi invece niente vale niente. Ci si
proclama "a-morali", il bene e il male vengono sostituiti
dall'indifferenza. Questo atteggiamento, che chiamiamo «tolleranza», implica
che niente di quello che vediamo, facciamo o ci si presenta davanti merita il
nostro impegno. In buona parte la «tolleranza» è l'indifferenza verso
l'altro; è anche indifferenza di fronte a noi stessi; è la negazione di ogni
limite e pertanto la "schiavitù" della libertà.
L'economia soffre questa "crisi". Soffre di una cattiva definizione
dell'essere umano e di una cattiva concezione dell'umanità. Per questo, cercare
soluzioni esclusivamente economiche alla "crisi" equivale a scegliere
un falso metodo, un falso cammino. Che cos'è l'essere umano? Qual è il senso
della vita? In che cosa consiste l'ideale dell'«umanizzazione»? Che cos'è
ciò che chiamiamo «ecologia umana»? È solo rispondendo a queste domande che
potremo costruire, per consenso, un'economia al servizio dell'essere umano e una
politica che aiuti gli uomini a incontrarsi e a costruire una civiltà sempre
più umana. Bisogna sconfiggere il "nominalismo", che dietro parole
come «democrazia», «bene comune» e «sviluppo», occulta mostruosità
enormi.
Nell'attuale "crisi" ci sono già coloro che alimentano il dubbio se i
poveri siano o no "esseri umani" e se pertanto meritino di essere
trattati come tali. Ci sono già quelli che si domandano se i «migranti», che
tanto disturbano molti, facciano anche loro parte di questa umanità che cammina
verso l'avvenire. Questo capitolo fondamentale della "crisi", che lega
l'"etica" con l'economia, ha bisogno di un "vertice" non dei
"20", ma di tutte quelle entità capaci di risvegliare la
"coscienza critica" e formare in essa le nuove generazioni.
* Arcivescovo di Tegucigalpa, in Honduras