PAKISTAN
E INDIA, QUALCOSA SI MUOVE
LA CATASTROFE SULLA
FRONTIERA SBAGLIATA ![]()
Elio Maraone
Davanti alla tragedia enorme (30mila morti? 40mila?
ancora di più?) esplosa fra Pakistan e India ci è risparmiato almeno il
rimorso - affiorato in precedenti, anche recentissime catastrofi - di essere,
più o meno direttamente, complici della disgrazia. Poco o niente si può fare
contro un terremoto, niente ancora, e forse mai, per prevederlo in tempo utile.
La fragilità dell'uomo e delle sue opere sulla Terra ritorna in primissimo
piano, l'ambizione di signoreggiare il mondo degrada di nuovo - in un lampo - a
sogno ingannevole.
Anche i più fatui, i più orgogliosi, i più arroganti sono costretti - almeno
per un attimo, prima di gettarsi nelle braccia di un altro sogno - a riconoscere
che nessuno può considerarsi al riparo dalle catastrofi naturali. Nessuno,
proprio nessuno, anche se - tradizionalmente, orribilmente, vergognosamente -
sono spesso i poveri, singoli e popolazioni, a pagare il prezzo maggiore, a
scontare anche in questo la loro penosa condizione. E di tutto questo - sembra
ovvio, ma è bene ricordarlo, dopo le bestialità che si son sentite durante
l'allagamento di New Orleans - Dio non può essere ritenuto il responsabile, una
sorta di punitore incollerito e fazioso: la morte si divide equamente tra gli
uomini, e non chiede a nessuno se sia cristiano o islamico, suddito del
presidente americano George Bush o del generale pachistano Pervez Musharraf.
Se la fragilità dell'uomo e delle sue opere è incontestabile, se non si può
sapere per chi e dove e quando suonerà la prossima campana, non significa che
si debba restare passivi ed inerti, anzi. Nelle enormi, imprevedibili catastrofi
naturali come, e a maggior ragione, in quelle delle quali l'uomo è in gran
parte responsabile, il punto - ed è un punto di altissimo onore - sta non
soltanto nel mettersi nella condizione di anticiparle per quanto possibile e di
farvi fronte al meglio durante e subito dopo, ma nell'animare una solidarietà
fraterna, ampia e duratura.
Nel caso di questo terremoto, gli aiuti sono ancora lacunosi e diseguali, le
cifre parlano da sole: gli Stati Uniti hanno offerto 50 milioni di dollari, il
Kuwait 100; la grande Unione europea 3,6 milioni di euro, la piccola Conferenza
episcopale italiana 3... Una generosa campagna di aiuti mondiale, alla quale per
primi prendano parte i governi che si dicono amici di India e Pakistan, sarebbe,
più che desiderabile, indispensabile. Sarebbe, tra l'altro, un giusto
risarcimento per le povere popolazioni del Kashmir, da troppi anni al centro di
una dissennata e costosissima escalation militare che ha portato India e
Pakistan a dotarsi dell'atomica, e addirittura a minacciare di usarla.
In queste ore sembra che qualcosa si muova, che i due Paesi si guardino meno in
cagnesco, tanto che il governo di Islamabad ha accettato l'offerta di aiuti
avanzata già sabato scorso dal governo di New Delhi. Le catastrofi possono
anche far nascere bei momenti amichevoli come questo, anche sulla «frontiera
più scottante del mondo».
Ma è troppo presto per dire se la catastrofe tellurica riuscirà a migliorare
stabilmente i rapporti fra India e Pakistan e, se non altro, ad ammorbidire il
duro regime del presidente Musharraf. Per saperlo occorrerà lasciar passare il
tempo necessario ai soccorsi, alla ricostruzione e alla nascita di una valida
protezione civile (che è carente non soltanto nel Kashmir). Frattanto,
insistiamo, si deve esigere che le mani dei Paesi ricchi si aprano nel dono e
non restino rattrappite sulla mensa, colma e disperata come quella di Epulone.