PAKISTAN E INDIA, QUALCOSA SI MUOVE
RITAGLI   LA CATASTROFE SULLA FRONTIERA SBAGLIATA   DIARIO

Elio Maraone
("Avvenire", 11/10/’05)

Davanti alla tragedia enorme (30mila morti? 40mila? ancora di più?) esplosa fra Pakistan e India ci è risparmiato almeno il rimorso - affiorato in precedenti, anche recentissime catastrofi - di essere, più o meno direttamente, complici della disgrazia. Poco o niente si può fare contro un terremoto, niente ancora, e forse mai, per prevederlo in tempo utile. La fragilità dell'uomo e delle sue opere sulla Terra ritorna in primissimo piano, l'ambizione di signoreggiare il mondo degrada di nuovo - in un lampo - a sogno ingannevole.
Anche i più fatui, i più orgogliosi, i più arroganti sono costretti - almeno per un attimo, prima di gettarsi nelle braccia di un altro sogno - a riconoscere che nessuno può considerarsi al riparo dalle catastrofi naturali. Nessuno, proprio nessuno, anche se - tradizionalmente, orribilmente, vergognosamente - sono spesso i poveri, singoli e popolazioni, a pagare il prezzo maggiore, a scontare anche in questo la loro penosa condizione. E di tutto questo - sembra ovvio, ma è bene ricordarlo, dopo le bestialità che si son sentite durante l'allagamento di New Orleans - Dio non può essere ritenuto il responsabile, una sorta di punitore incollerito e fazioso: la morte si divide equamente tra gli uomini, e non chiede a nessuno se sia cristiano o islamico, suddito del presidente americano George Bush o del generale pachistano Pervez Musharraf.
Se la fragilità dell'uomo e delle sue opere è incontestabile, se non si può sapere per chi e dove e quando suonerà la prossima campana, non significa che si debba restare passivi ed inerti, anzi. Nelle enormi, imprevedibili catastrofi naturali come, e a maggior ragione, in quelle delle quali l'uomo è in gran parte responsabile, il punto - ed è un punto di altissimo onore - sta non soltanto nel mettersi nella condizione di anticiparle per quanto possibile e di farvi fronte al meglio durante e subito dopo, ma nell'animare una solidarietà fraterna, ampia e duratura.
Nel caso di questo terremoto, gli aiuti sono ancora lacunosi e diseguali, le cifre parlano da sole: gli Stati Uniti hanno offerto 50 milioni di dollari, il Kuwait 100; la grande Unione europea 3,6 milioni di euro, la piccola Conferenza episcopale italiana 3... Una generosa campagna di aiuti mondiale, alla quale per primi prendano parte i governi che si dicono amici di India e Pakistan, sarebbe, più che desiderabile, indispensabile. Sarebbe, tra l'altro, un giusto risarcimento per le povere popolazioni del Kashmir, da troppi anni al centro di una dissennata e costosissima escalation militare che ha portato India e Pakistan a dotarsi dell'atomica, e addirittura a minacciare di usarla.
In queste ore sembra che qualcosa si muova, che i due Paesi si guardino meno in cagnesco, tanto che il governo di Islamabad ha accettato l'offerta di aiuti avanzata già sabato scorso dal governo di New Delhi. Le catastrofi possono anche far nascere bei momenti amichevoli come questo, anche sulla «frontiera più scottante del mondo».
Ma è troppo presto per dire se la catastrofe tellurica riuscirà a migliorare stabilmente i rapporti fra India e Pakistan e, se non altro, ad ammorbidire il duro regime del presidente Musharraf. Per saperlo occorrerà lasciar passare il tempo necessario ai soccorsi, alla ricostruzione e alla nascita di una valida protezione civile (che è carente non soltanto nel Kashmir). Frattanto, insistiamo, si deve esigere che le mani dei Paesi ricchi si aprano nel dono e non restino rattrappite sulla mensa, colma e disperata come quella di Epulone.