Da parte di tutti servono coraggio e lealtà
Cina sempre più isolata.
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Qualcosa dovrà muoversi
Elio
Maraone
("Avvenire",
25/3/’08)
Giorno dopo giorno,
"incalzando" le notizie di "sport" (le "Olimpiadi"
di Pechino)
e di politica (le violenze in Tibet,
le elezioni a Taiwan)
la Cina
ci è più vicina, anche se, da almeno sessant’anni, non era mai uscita dal
preoccupato "orizzonte" delle persone più attente e sensibili. E
cioè da quando, schiacciato il "Kuomintang", Mao tze-dong aveva
rivelato, senza più possibilità di equivoci, la natura congenitamente
"dispotica", oppressiva e persecutoria, per non dire
"antropofaga", del suo "regime" e della sua stessa persona.
Gli attuali eredi di Mao non sono evidentemente paragonabili al "Grande
Timoniere", ma il "regime" rimane in larga misura
"dispotico" e "liberticida", poco e a volte per niente
rispettoso dei "diritti dell’uomo", insofferente delle critiche,
anche internazionali, ostile alle "minoranze" in genere e alle
"diversità" di pensiero e di fede, specie se religiosa. Non c’è,
quindi, da sorprendersi per la "repressione" in Tibet (della quale
Pechino si ostina a "sminuire" il bilancio di sangue), per le
"cervellotiche" accuse di "cospirazione" al Dalai
Lama, per la
creazione di «campi di lavoro» (che ricordano un orrendo passato) nei quali
saranno rinchiusi gli eventuali «disturbatori» dei "Giochi
olimpici". Può sorprendere invece, e positivamente secondo noi, il
crescente "nervosismo" di Pechino, sempre più
"suscettibile" alle accuse internazionali e, parallelamente, sempre
più incline alla "censura". I cinesi non hanno potuto vedere ieri la
protesta per il Tibet che ha accompagnato l’accensione della
"fiaccola" ad Olimpia, mentre è del giorno precedente il divieto alle
trasmissioni televisive "dal vivo" da Piazza
Tienanmen. Il divieto,
non motivato, è tuttavia spiegabile con il timore che la presenza di
"telecamere" possa incoraggiare manifestazioni sgradite nel luogo che
fu "teatro" della repressione del 1989. La storia ci insegna che l’ossessione
"censoria", che va di pari passo con quella del "complotto",
accompagna immancabilmente le fasi avanzate, e spesso estreme, di una dittatura.
Con questo non vogliamo affatto dire che l’attuale regime cinese sia agli
"sgoccioli", tuttavia si farebbe male a non tener conto degli
"spiragli" che qua e là si aprono, sotto la pressione di una diffusa
"contestazione" interna e a ignorare il desiderio del governo di
Pechino, sull’onda dell’impetuoso sviluppo economico, di integrarsi nella
"comunità internazionale". E dunque i governi occidentali, a
cominciare dagli Stati Uniti, e la "comunità internazionale" in
genere sono chiamati a una grande attenzione, e a intervenire mantenendo il
difficile "equilibrio" fra prudenza e forte determinazione. Va in
questa direzione l’intervento di ieri del Segretario di Stato statunitense
Condoleezza Rice, che ha esortato la Cina ad adottare una politica
«sostenibile» con il Tibet, basata sul dialogo con il Dalai Lama e sulla
convinzione che sia «inaccettabile» qualsiasi tipo di violenza.
Vanno in questa direzione i primi, "cautissimi" passi del
"neoeletto" Presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou, che invoca «pace con
Pechino», anche perché, ma non lo dice, il "riarmo" cinese rende
sempre più problematica una difesa dell’isola da parte degli Stati Uniti. C’è,
infine la questione dei "Giochi olimpici" ormai imminenti, e del loro
eventuale "boicottaggio".
Salvo "clamorosi" sviluppi, ci sembra saggia la decisione di
partecipare, senza con questo negarsi il diritto di "critica" e di
puntuale ma ben ragionato intervento politico. Da parte di tutti (dirigenti
cinesi per primi) ci vuole molta intelligenza e, per dirla con il
Papa, molto coraggio
per scegliere e mantenere «la via del dialogo e della tolleranza».