L’ultima "recrudescenza" in terra d’Iraq

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col mito della "mezzaluna sciita"

Elio Maraone
("Avvenire", 27/3/’08)

Povero Iraq, e povera pace in Medio Oriente. Come se non bastassero i "ricorrenti" e sanguinosi scontri e bombardamenti nel Nord, nonché a Baghdad e a Sadr City – con una turpe "corona" di diverse violenze sui civili – da giorni è in atto, nel Sud, un conflitto interno al mondo "sciita". Quel mondo che l’Iran cerca di "egemonizzare" da tempo, ossia ancor prima dell’intervento statunitense.
Almeno dall’inizio dell’inverno il Sud era entrato in una fase "anarcoide" e comunque non più controllata dal governo centrale, con allarmanti riflessi "politico-economici". La rinuncia del "corpo di spedizione" britannico al controllo di
Bassora e dintorni (aeroporto escluso) aveva di fatto lasciato la regione in mano all’"Esercito" del "Mahdi" di Moqtada al-Sadr, agguerrito, ma messo in crescente difficoltà dall’"altalenante" rapporto con il "Partito della virtù" ("Fadhila") e, lungo l’asse che arriva sino alla capitale ed oltre, dal confronto con le forze del "Supremo consiglio per la rivoluzione islamica", "nerbo" di quella "Alleanza irachena unita" che domina il "Parlamento" e controlla i "posti-chiave" nel governo di Nouri al-Maliki. Quest’ultimo, dopo i mesi di relativa calma seguiti alla "tregua" proclamata sul finire dell’estate da al-Sadr, davanti alla "catena" di violenze scatenate non soltanto dal "Mahdi", ma anche e soprattutto da feroci "gruppuscoli", ha deciso di usare il "pugno di ferro" per ristabilire l’ordine a Bassora e dintorni: questo con l’appoggio aereo dei britannici e l’implicito consenso del "comando" statunitense. L’esito dei combattimenti sembra volgere a favore dell’esercito guidato personalmente da al-Maliki, che ha intimato la "resa" ai miliziani di al-Sadr. Il quale, pur esigendo il ritiro di al-Maliki, sembra invece orientato a "trattare", alla ricerca di una soluzione di "compromesso". Tanto che il cosiddetto «piccolo Khomeini» iracheno ultimamente aveva proposto ai suoi seguaci di limitarsi alla "disobbedienza civile". Difficile, al momento, fare previsioni attendibili, anche perché si tratta non soltanto di una durissima lotta per la "supremazia" politica in vista delle "elezioni provinciali" di ottobre, ma anche del controllo dello sfruttamento degli "idrocarburi", dei quali Bassora è il principale centro di produzione e di trasporto. Nel già complesso "quadro" regionale e nazionale va poi aggiunta l’incognita costituita dall’Iran, che gli Stati Uniti accusano di favorire e addestrare e armare qualunque forza "avversa" al governo di Baghdad e alla presenza americana. Ma le analisi e le previsioni devono andare oltre l’Iraq. Esso infatti è soltanto un elemento della potenziale «mezzaluna sciita» (Iraq più Iran, Libano e Siria) che, sotto la guida di Teheran, potrebbe aspirare ad essere la potenza "egemone", magari dotata di "arsenale nucleare", dell’intero Medio Oriente. Ecco perché gli Stati Uniti e tutti gli altri "attori" più o meno interessati alle future "rappresentazioni", a cominciare dall’Arabia Saudita, dovrebbero puntare non soltanto alla nascita di un Iraq finalmente pacificato e "arbitro" del proprio destino, ma alla sollecita soluzione del conflitto "israelo-palestinese".
Il quale conflitto non soltanto è ingiusto e dunque "intollerabile", ma costruisce anche da molti anni il tema principale della "propaganda" con la quale Teheran ha giustificato e promosso, nel mondo islamico, la propria "ambizione" alla "leadership" dell’intero Medio Oriente: fors’anche, un po’ oltre il Medio Oriente.