Violenze sbagliate, utili gesti forti

RITAGLI     Non spegnere la "Fiaccola",     SPAZIO CINA
puntarla su Pechino

Elio Maraone
("Avvenire", 8/4/’08)

Dopo Londra, Parigi. Il giorno dopo la "guerriglia" londinese, la contestazione della violazione dei "diritti umani" in Cina e della repressione in Tibet è arrivata in Francia, con qualche nota "comica", come lo spegnimento «per ragioni tecniche» della "torcia olimpica" costretta dai dimostranti a riparare su un autobus. La contestazione è giusta, necessaria, perché i capi d’accusa contro Pechino sono fondati: vanno dalle violenze ai tibetani già lungamente "angariati" al "soffocamento" delle voci di dissenso interno anche pacifiche, come quella di Hu Jia. Ma la contestazione violenta non è giustificabile, non deve trovare spazio e approvazione nei Paesi democratici, come non devono essere approvati gli "eccessi" verbali con i quali alcuni politici minacciano la Cina di sanzioni economiche, "irrealistiche", oppure, altrettanto "irrealisticamente", propongono di metterla al "bando internazionale". Si può serenamente ragionare, invece, sulle proposte di "boicottaggio" durante le "Olimpiadi", proposte che vanno dal radicale rifiuto di partecipare ai "Giochi" alla mancata presenza alla cerimonia inaugurale.
La prima proposta ci sembra inaccettabile, comunque "controproducente". È vero che la Cina non è un Paese democratico, ma i rappresentanti di oltre duecento Paesi le assegnarono i "Giochi" sapendolo. "Boicottarli" ora vorrebbe dire non soltanto offendere un miliardo e trecentomila cinesi, ma anche rinunciare a una occasione irripetibile per incoraggiare quel popolo e i suoi dirigenti (senza farsi, ovviamente, troppe illusioni riguardo ai secondi) a proseguire sulla strada delle libertà "tutelate" e condivise: la presenza in Cina di migliaia di atleti e giornalisti stranieri aiuterebbe quel Paese, crediamo, ad aprirsi sul mondo. È anche vero che, dall’epoca dell’assegnazione dei "Giochi", Pechino ha fatto ben poco, quasi nulla, per mantenere l’impegno che aveva assunto di rispettare maggiormente i "diritti civili", e che con la violenza sui tibetani ha gravemente compromesso l’immagine di Paese "moderno" e di ideale "custode" dello "spirito olimpico" che intendeva proiettare sul mondo acquisendo l’organizzazione delle "Olimpiadi". Ecco dunque che, a meno di vistose quanto improbabili "conversioni al bene" del governo cinese, la proposta di "disertare" la cerimonia di apertura da parte di Capi di Stato e di Governo appare praticabile e degna, anche perché non si può continuare a fingere di non sapere, come si è fatto sinora per interessi "politico-economici", che i "diritti umani" in Cina vengono violati. La mancata presenza all’inaugurazione di Capi di diversi Paesi, meglio se importanti, potrebbe avere riflessi positivi sull’"establishment" cinese e sul popolo stesso, Ma tale gesto dimostrativo andrebbe organizzato con cura, evitando (è soprattutto il caso dell’"Unione europea") iniziative isolate e che, in ogni caso, possano essere interpretate da Pechino come un atto di pura "ostilità", piuttosto che come un invito alla riflessione e al dialogo. Dialogo al quale la Cina, che non vuole restare isolata, difficilmente si sottrarrebbe. Quanto al fatto – per tornare al tema iniziale – che individui e movimenti approfittino del passaggio della "fiaccola olimpica" per denunciare arresti "arbitrari", repressione, forme di persecuzione vera e propria, è non soltanto legittimo, ma augurabile. Questo, però, a condizione che tutto avvenga senza violenze, nel rispetto degli altri e delle loro opinioni, se possibile nello spirito di fratellanza "pacificatrice" e vivacità "giocosa" della quale proprio la "fiamma olimpica" è simbolo antico.