Una donna a processo perché possedeva Bibbie

RITAGLI     È caccia ai convertiti.     ALGERIA
Se anche l’Algeria si lascia andare

Occorrono vigilanza, fermezza nella denuncia, interventi "risoluti" da parte dei governi.
La libertà religiosa è fondamento dei "diritti umani".

Elio Maraone
("Avvenire", 28/5/’08)

Tempi duri per i cristiani d’Algeria.
Ieri, forse per distogliere l’attenzione internazionale dal caso, il tribunale di
Tiaret (Sud Ovest del Paese) ha ordinato un supplemento d’indagine nel processo ad una convertita al cristianesimo, rinviando la sentenza che era attesa nella stessa giornata di ieri.
Quello della donna,
Habiba Koulder, arrestata e rinviata a giudizio per esser stata trovata in possesso su un autobus di alcune Bibbie, era diventato appunto un "caso internazionale", soprattutto dopo che il Segretario di Stato francese per i "Diritti dell’uomo", Rama Yade, aveva definito «triste» e «choccante» il processo, sollecitando un «gesto di clemenza» del tribunale. Il quale, appellandosi alla legge che vieta l’esercizio del culto non islamico al di fuori dei luoghi autorizzati, aveva chiesto per la donna tre anni di reclusione. Ora, come s’è detto, la sentenza è rinviata, e probabilmente sarà più mite del previsto, anche perché una parte della stampa algerina ha preso le difese dell’imputata e di altri convertiti. Ma il punto non è questo. Il punto è che anche in Algeria, pur più tollerante degli altri Paesi dove l’islam è religione di Stato, esistono forti restrizioni della libertà religiosa, tanto che può bastare il possesso di testi sacri o comunque la pratica di un culto senza autorizzazioni per istruire un processo che può portare in carcere, per un periodo di detenzione non indifferente. Mesi fa un sacerdote cattolico, accusato di aver celebrato una Messa senza le previste autorizzazioni, è stato condannato a un anno con la "condizionale". Ora tocca ad Habiba, mentre nello stesso tribunale di Tiaret, e sempre ieri, in un altro processo l’accusa ha chiesto una condanna a due anni di reclusione e a un’ammenda di 500mila dinari (circa cinquemila euro) per ciascuno dei sei altri algerini convertiti al cristianesimo. Il tribunale si muove nel nome della legge, che anche in Algeria si vuole uguale per tutti, ma non è certo un caso che i suoi rigori colpiscano di preferenza chi non è musulmano, e che i magistrati (inquirenti e giudicanti) si muovano con zelo a dir poco sospetto.
L’Algeria è un Paese per molti aspetti ammirevole, che si muove con determinazione sulla strada della riconciliazione nazionale dopo gli anni della "guerra civile" e del terrore. Ha, a differenza di altri Paesi islamici, una stampa indipendente e coraggiosa, tanto che per esempio il quotidiano "Le Soir" ha denunciato la «caccia aperta ai nuovi convertiti» nel quadro di una vera e propria «inquisizione», mentre "Liberté" ha presentato Habiba e gli altri convertiti come le «vittime di una atmosfera di "linciaggio" e del montante potere delle "lobbies" islamiche più conservatrici, che del processo ai convertiti vogliono fare un caso esemplare». Nonostante le positive differenze alle quali abbiamo accennato, anche l’Algeria non si sottrae alla discutibile, inaccettabile tendenza avversa alle religioni altrui da tempo diffusa nei Paesi islamici: tendenza che ultimamente si è fatta ancora più aspra e profonda, sfociando in alcuni casi in forme di crudele persecuzione, di condanne a morte e in veri e propri "linciaggi". Invocare la clemenza dei tribunali è buona cosa, ma non basta.
Occorrono attentissima vigilanza, fermezza nella denuncia, interventi risoluti da parte dei governi e delle "organizzazioni internazionali". Per chiedere e praticare questo non c’è bisogno di essere cristiani: la libertà religiosa è fondamento dei "diritti umani". È tempo che sia così anche negli Stati a prevalenza islamica.