Un popolo che soffre va al "ballottaggio"
Lo Zimbabwe
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nella "morsa" della crisi più profonda
Mugabe vuole
"ribaltare" i "pronostici" di sconfitta del 27 giugno.
E la fame fa sempre più paura.
Elio
Maraone
("Avvenire",
20/6/’08)
Tempi difficili, sempre più
difficili per l’Africa
australe. Ventotto anni dopo la conquista dell’indipendenza
che era stata considerata un esempio da imitare, un motivo di speranza per l’intero
continente, lo Zimbabwe
attraversa la crisi più profonda della sua storia. Il suo
"sempiterno", inamovibile "padre-padrone", e cioè il
Presidente uscente Robert
Mugabe, si aggrappa
al potere con le unghie e con i denti, e alimenta un clima "irrespirabile" e
oppressivo, che comprende la persecuzione anche omicida degli oppositori.
Questo nel tentativo di rovesciare il "pronostico" che vede Mugabe
sconfitto nel "ballottaggio elettorale" del 27 giugno, contro il
candidato del "Movimento per il cambiamento democratico" ("Mcd"),
Morgan Tsvangirai.
"Pestaggi" e uccisioni degli avversari politici si intrecciano nel
Paese, all’opposizione è stata vietata la propaganda sulla "Tivù di
Stato", un funzionario dell’"Onu"
viene espulso senza validi motivi, si annuncia un allontanamento dai seggi degli
"osservatori elettorali" «con idee preconcette». Cresce l’allarme
nella comunità internazionale, e la situazione dello Zimbabwe è giudicata
preoccupante, tra l’altro, dalla "Comunità di sviluppo dell’Africa
australe" ("Sadc"), che teme che le elezioni del 27 giugno non
saranno «né corrette, né libere» a causa dell’attuale situazione politica
ed economica del Paese.
In effetti non è soltanto la tormentata contesa elettorale a rendere il clima
"irrespirabile", timori anche più gravi nascono da una crisi economica sempre
più profonda, determinata essenzialmente dal calo della produzione agricola.
Secondo recenti stime della "Fao"
entro il prossimo anno cinque milioni di persone, ossia più di metà della
popolazione, soffriranno la fame: una "piaga" alla quale gli aiuti
internazionali offrono scarso rimedio, anche perché il governo di Mugabe a più
riprese ha rallentato o addirittura sospeso l’azione delle agenzie umanitarie.
Ma quella dello Zimbabwe non è soltanto una crisi interna. La crisi infatti si
espande oltre i confini, oltre i quali migliaia di persone hanno cercato e
cercano rifugio, cercando di sfuggire alla persecuzione politica e alla fame,
con comprensibili, pesanti riflessi sugli altri Paesi.
Come ha scritto l’ex Segretario Generale delle "Nazioni Unite", Kofi
Annan, «il collasso dell’economia dello Zimbabwe sta avendo un grave impatto
sull’intera regione». La comunità internazionale, come s’è accennato, si
allarma e interviene, ma in misura sinora insoddisfacente.
La recentissima missione del Presidente sudafricano Thabo Mbeki non ha ancora
portato al risultato sperato, cioè alla garanzia che le elezioni del 27 si
svolgano in serenità e nel rispetto delle regole democratiche. Inascoltati
sinora anche gli appelli alla ragionevolezza del Segretario Generale dell’"Onu",
Ban Ki-Moon, e del Segretario di Stato americano Condoleezza Rice.
Forse, come suggeriscono alcuni "leader" africani, sarebbe meglio
rinviare di qualche tempo le elezioni. Ma è chiaro che comunque il secondo
turno elettorale, per quanto importante, e ammesso che Tsvangirai vinca, non
basterà a risolvere la crisi. Forse sarebbe utile una spartizione temporanea
del potere fra i due schieramenti politici maggiori, oppure un accordo
preventivo di non "belligeranza", legato a un piano di riforme. Ma è
certo che il futuro dello Zimbabwe dipenderà dalla volontà di riscatto e di
progresso civile di tutti i cittadini, e non soltanto di quelli che puntano a
une vittoria nelle urne.