L’"agenda" del "G8" e quella del mondo
La parola del
Papa, le reticenze dei "Grandi"
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Elio
Maraone
("Avvenire",
8/7/’08)
L’avvio in Giappone
del "vertice" del "G8"
(gli otto maggiori Paesi industrializzati, o considerati tali) sembra confermare
le valutazioni della vigilia, che ne denunciavano la natura inadeguata di fronte
alla vastità dei problemi che pretende di risolvere.
Nel primo giorno, nonostante l’intrecciarsi di riunioni
"asimmetriche" con ben 14 Paesi esterni al "G8" (sette dei
quali africani), è apparsa chiara ancora una volta la crisi di "legittimità"
(gli otto Paesi rappresentano appena un decimo della popolazione mondiale, e
contano poco più del 40 per cento dell’economia della Terra) e di efficienza
del gruppo.
È vero che il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha esortato i
"partner" a «non fare solo promesse, ma anche a firmare gli assegni»
per gli aiuti alle nazioni povere, e specialmente a quelle africane, ma resta il
fatto che il suo Paese rimane tra i primi a non mantenere gli impegni presi. E,
quanto a visione "strategica" per l’immediato futuro, il Capo della
"Casa Bianca" si è limitato a dire che spera (non si sa su quale
base) in un dollaro forte, mentre ha risposto in modo negativo alla
sollecitazione del Presidente francese Nicolas Sarkozy ad allargare il
"G8" a Paesi importanti, come Cina
e India.
Di fronte a tale "vaghezza", che non è ovviamente soltanto di Bush,
è forte la tentazione di assegnare al Papa il ruolo – (oseremmo dire
"esclusivo", senza confronti) – di lucido osservatore e di
"lungimirante" suggeritore di una politica economica davvero
"globale", ossia attenta ai reali bisogni del mondo. Unendo la sua
voce a quella dei Presidenti delle "Conferenze episcopali", che hanno
rivolto al "G8" un «pressante "appello" alla
solidarietà», nell’"Angelus" dell’altro giorno egli chiede ai
"leader" riuniti in Giappone che «si realizzino gli impegni assunti nei
precedenti appuntamenti, e si adottino coraggiosamente tutte le misure
necessarie per vincere i "flagelli" della povertà estrema, della
fame, delle malattie, dell’analfabetismo, che colpiscono ancora tanta parte
dell’umanità». Ancora, Benedetto
XVI chiede che i
"leader" «al centro delle loro "deliberazioni" mettano i
bisogni delle popolazioni più deboli e più povere, la cui
"vulnerabilità" è oggi accresciuta a causa delle
"speculazioni" e delle "turbolenze" finanziarie e dei loro
effetti "perversi" sui prezzi degli alimenti e dell’energia».
Difficile dire meglio, e con maggiore concretezza. Il Papa sa bene che il
"G8" ha molta, anzi troppa altra "carne al fuoco" (dalla
riduzione dei "gas serra" alla necessità di costruire centrali
nucleari più pulite e sicure...), ma si concentra sulla "globalizzazione"
della solidarietà (già invocata in giugno in occasione della
"Conferenza" della "Fao"),
sulle "storture" dell’economia e sulle "inadempienze" dei
Paesi ricchi. Non sappiamo se e quanto l’"appello" del Papa sarà
ascoltato, ma per il momento è bene ricordare che i 50 miliardi di dollari di
aiuti (da donare entro il 2010) ai Paesi poveri promessi nel 2005 sinora hanno
prodotto solo 11 miliardi di fondi. Mentre, in una "Lettera" ai Capi
del "G8", il Presidente della "Banca mondiale", Robert
Zoellick, afferma che alla banca urgono 3,5 miliardi di dollari per mandare
immediatamente ai Paesi bisognosi aiuti alimentari, sementi e fertilizzanti.
«L’attuale "crisi alimentare"», osserva Zoellick, «è un
"test" della volontà di aiutare i più "vulnerabili"». I
Paesi poveri aspettano ora dal "G8" risposte concrete, che potrebbero
venire, per esempio, dalla rinuncia ai "pingui" sussidi dei ricchi
alla propria agricoltura, e a forme di "protezionismo" più o meno
mascherato, che contribuiscono – assieme alle "speculazioni"
denunciate dal Papa – alla diffusione della fame nel mondo.