L’obiettivo della pace in Medio Oriente
dopo il "summit" di Parigi

RITAGLI     Cammino che riprende,     TERRA SANTA
ma rimane in salita

Elio Maraone
("Avvenire", 15/7/’08)

Ancora una volta, tuoni di guerra e lampi di pace all’orizzonte del Medio Oriente. Nel "Grand Palais" parigino, dove è stato presentato il "guscio" simbolicamente importante ma per ora vuoto dell’"Unione" per il Mediterraneo, il Capo del Governo israeliano, Ehud Olmert, ha dichiarato che il suo popolo e quello palestinese non sono mai stati così vicini a un accordo. Affermazione non priva di qualche fondamento, visti gli scambi di cordialità fra Olmert e il Presidente dell’"Autorità nazionale palestinese" Abu Mazen, e soprattutto vista la presenza nella stessa sala (ma non allo stesso tavolo, e senza effusioni) di Bashar el Assad. La trasformazione, grazie ai buoni "uffici" del padrone di casa Nicolas Sarkozy, del "reietto" Presidente siriano in "leader" presentabile nei "salotti" che contano (a cominciare da quelli dei Paesi arabi che l’avevano emarginato) costituisce probabilmente il maggior successo della riunione parigina, illuminata anche dalla mano tesa di Damasco al Libano. Per chi preferisce vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, si può aggiungere che è continuata intensamente anche al "Grand Palais" la mediazione della Turchia, quella che da un paio di mesi consente un contatto indiretto fra Gerusalemme e Damasco.
Ma, e qui sta il primo "intoppo" sulla via del processo di pace, da segnalare a chi guarda al bicchiere mezzo vuoto, el Assad ha detto e ripetuto che una vera e propria trattativa con Israele non potrà cominciare prima del 2009, ossia quando si sarà insediata la nuova amministrazione degli
Stati Uniti.
Ragionevole richiesta, che segnala l’attuale scarsa rilevanza della "Casa Bianca" (senza la quale l’avvento di una pace stabile in Medio Oriente è difficilissimo) ed evoca la poca credibilità di Olmert, che politicamente è finito: toccherà ad altri, per arrivare davvero alla pace con i palestinesi, trovare il consenso interno necessario a ritirare migliaia di "coloni" dal Golan e dalla Cisgiordania, ossia a tornare, più o meno, ai confini del 1967.
Come se non bastasse, la speranza di pace è fragilissima anche sul fronte palestinese: l’"Autorità" di Abu Mazen finisce a Ramallah, mentre a Gaza nemmeno "Hamas" riesce (ammesso che lo voglia davvero) a impedire i lanci di razzi contro
Israele. Quindi, e come minimo, "Autorità nazionale" e "Hamas" dovrebbero trovare un’intesa salda fra loro. Ma le vere, più allarmanti domande riguardo alle prospettive di pace nell’intero Medio Oriente, con riflessi inquietanti sul mondo intero (pensiamo soltanto alla questione del petrolio) sono queste: l’Iran, che quotidianamente minaccia Israele di eliminazione e mostra "muscoli" aggressivi (per ora soltanto missilistici; domani, forse, nucleari) saprà evitare una guerra? E Israele, che "rilutta" a un "raid" sull’Iran molto più che dimostrativo in assenza del sostegno degli Stati Uniti e senza il consenso dei Paesi arabi sedicenti "moderati", sino a quando saprà resistere alla tentazione?
Soltanto il tempo ci dirà se Damasco è disposta ad andare più lontano, prendendo per esempio le distanze dal suo tradizionale alleato iraniano, e se Teheran non perderà il "senno", provocando l’intervento di Gerusalemme. Per il momento, registriamo con favore la voce che, per quanto "fioca", da
Parigi ci parla di una nuova speranza di pace. E teniamo conto del fatto che all’"Unione europea" si presenta adesso un’inedita opportunità: quella di occupare il ruolo "propositivo" che la "Casa Bianca" non è in condizione di svolgere.