È tempo di "iniziative"
che impediscano l’"arroventarsi" del confronto

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Elio Maraone
("Avvenire", 2/12/’08)

Calata la "tela" sul "terrorismo" tragico di Mumbai, ora si muovono gli "attori" maggiori della "ribollente" scena "sub-continentale": il Pakistan, che nega ogni coinvolgimento nell’attentato e per bocca del suo Presidente Zardari porge la carta della "distensione" al Governo di New Delhi, e l’India, che ieri ha "puntato il dito" contro «elementi dal Pakistan» responsabili della "strage" e sollecitato il Governo di Islamabad ad «agire energicamente» (convocando anche l’Ambasciatore per un "monito" ufficiale). Ma non è questo il momento delle "accuse" non documentate (ancora ieri la "Casa Bianca" ha negato che le risulti un «eventuale coinvolgimento» del Pakistan) e delle "dita puntate": questo è il tempo di iniziative, regionali e internazionali, che impediscano l’"arroventarsi" del "confronto" fra i due Paesi, entrambi dotati di "ordigni nucleari". Chi dubitasse della possibilità di un "confronto armato" dovrebbe ricordare che i due Paesi, dall’"indipendenza" (1947) che ha portato alla spartizione del "sub-continente", sono già stati impegnati in tre "conflitti", e che per due volte nel 2002, a seguito di un "attacco terroristico" al "Parlamento" indiano, sono stati sull’orlo di una "guerra atomica". E dunque, in primo luogo e con urgenza, occorre allontanare il rischio del "conflitto", questo insonne "fantasma" agitato troppo spesso e con troppa leggerezza dopo il fatidico "Undici Settembre" da "ideologi" e governanti occidentali, e non soltanto occidentali. Le guerre si sono moltiplicate, la loro inevitabile "ferocia" e la loro sostanziale inutilità sono state via via oscurate dalla "banalizzazione" e dalla crescente frequenza di "evocazione" e d’uso.
La "tambureggiante" ricorrenza dello "slogan" «guerra globale al terrore» ha permesso tra l’altro ad alcuni Governi "spregiudicati" di "riclassificare" alcuni, più che discutibili, "conflitti regionali" come parte appunto del "contrasto del terrore": citiamo, tra i più vistosi, l’intervento della
Russia in Cecenia e quello della Cina in Tibet e nello Xinjiang. Si spera che l’avvento di Barack Obama alla "Presidenza" degli Stati Uniti serva se non altro a cancellare dal lessico "politico-diplomatico" la locuzione «guerra al terrore» .
Si spera anche che New Delhi limiti le sue ambizioni da "superpotenza spregiudicata", cercando per esempio di avviare a soluzione "negoziata" la questione dei suoi "confini" indefiniti e massimamente il problema del
Kashmir, dove è costretta a tenere mezzo milione dei suoi soldati. Si vorrebbe, per converso – fondato o meno che sia il "sospetto" che l’«Esercito dei Puri» ("Lashkare-Toiba", formalmente "messo al bando" dall’allora Presidente Musharraf nel 2002) sia responsabile dell’attacco a Mumbai – , che parallelamente Islamabad riprendesse il controllo del proprio Paese, avviando una seria "bonifica" della "frontiera" con l’Afghanistan e, soprattutto, impedendo ai propri capi dell’esercito e dei "servizi segreti" di scherzare con il fuoco della "jihad islamica". Si tratta, è evidente, di impegni ardui, ma "ineludibili", che richiedono la collaborazione delle altre "potenze regionali" (la Cina in primo luogo) e dell’Occidente capeggiato dagli Stati Uniti affinché, e più in generale, i "conflitti regionali" (compreso quello "israelo-palestinese") non assumano proporzioni più ampie e "devastanti". Ci si aspetta molto, forse troppo, dalla "Presidenza" di Barack Obama. Ma è proprio dalla "Casa Bianca", non dal Pakistan allarmato da altrui "alleanze" ("India-Afghanistan", "India-Stati Uniti"...), che devono venire le più forti e concrete iniziative nella "direzione pacificatrice" della inquieta regione alla quale abbiamo accennato.