"Trepidazione" per le due Suore rapite

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Suor Maria Teresa Olivero e Suor Caterina Giraudo, accanto ad amici africani...

Elio Maraone
("Avvenire", 20/12/’08)

È da più di cinque settimane che coltiviamo, fra "trepidazione" e speranza, l’attesa della buona notizia della liberazione di Suor Maria Teresa Olivero e Suor Caterina («Rinuccia») Giraudo, le due "Sorelle" appartenenti al "movimento missionario" «Charles de Foucauld» rapite in Kenya e portate in Somalia, dove tuttora si troverebbero. La "trepidazione" per la loro sorte è scontata. Ma inevitabile, vorremmo dire tassativa in questo tempo d’"Avvento" che vuol dire venuta e attesa "fidente" di quella venuta, è la speranza. Nel caso nostro una speranza straordinaria, addirittura contraria al "costume giornalistico", la speranza cioè che quanto andiamo scrivendo sia adesso, (vogliamo dire «questa mattina» per chi legge), superato dai "fatti": ossia che le due Missionarie non siano più prigioniere di ignoti "carcerieri" (anche se sulla loro identità si possono avanzare ragionevoli ipotesi), ma finalmente libere, restituite all’affetto dei loro cari in Italia e forse soprattutto (così, crediamo, probabilmente pensano loro) all’affetto "tramato" di ammirazione e di gratitudine degli abitanti dell’africano El-Wak, il villaggio al confine della Somalia dove lavorano da trenta e più anni.
Entrambe lavorano – ma diciamo meglio: si sacrificano, si spendono "gratuitamente" – tra bambini "denutriti", "tubercolotici", oppure colpiti da quelle "patologie neurologiche", quale l’"epilessia", che molti laggiù ancora ritengono il segno di una superiore "maledizione". In questo si sono "consumate", per questo sono amate da una popolazione che pur non essendo cristiana sa ben riconoscere i figli dell’unico Dio «dalle loro opere».
Non conosciamo con certezza tutti i motivi del rapimento di Suor Maria Teresa e Suor Caterina, non possiamo dire che cosa si aspettino i "sequestratori": è purtroppo facile, però, immaginare il contesto, fatto di povertà e diffusi disagi, di "conflitti etnici" e di avversione all’"uomo bianco", di sedicenti "rivoluzionari" e di delinquenza comune, alla quale appartengono i "pirati" diventati famosi di questi tempi. Le due Suore conoscevano bene queste e altre "miserie", le hanno viste crescere e, ne siamo sicuri, patite personalmente, tra l’indifferenza o l’"ignavia" o la viltà non soltanto dell’Occidente ma anche, e in primo luogo, dei "rappresentanti politici" regionali.
Sapevano bene, le due Suore, dove vivevano, a quali rischi (compreso, pensiamo, anche quello del "sequestro") andavano incontro, ma non se ne sono andate, sono rimaste laggiù, in un "angolo sperduto", a curare e difendere i loro "figli adottivi", con l’amore di "madri vere". Tutto questo, naturalmente, in silenzio, perché silenzioso, riservato è lo stile di chi lavora per il prossimo ai "margini" della geografia e della storia, silenziosi e riservati sono i Missionari che dedicano la propria vita ai più bisognosi, agli abbandonati dal mondo che non si cura della povertà estrema, della fame e della sete "insaziate", della mancanza di "cure sanitarie", dell’assenza dei tetti perché i tetti sono stati bruciati o non sono mai esistiti, della fatica senza premio e senza fine, dei "profughi" in movimento perenne, dei pianti dei bambini.
Tutto in silenzio, dicevamo, oggi come ai tempi di Charles de Foucauld, il «fratello di Gesù» con il cuore e la croce impressi sul petto, il "promotore" e il "testimone" dell’amore reciproco tra gli uomini anche quando questo amore, per un francese tra i "Tuareg", sembrava impossibile. Colmi di speranza, rientriamo anche noi nel silenzio. Aspettiamo, per romperlo, la "buona notizia".