Dopo le "elezioni provinciali"

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Un Paese meno "settario"

Elio Maraone
("Avvenire", 4/2/’09)

Dalla "nuvola nera" che da decenni avvolge l’Iraq sembra filtrare, finalmente, un "raggio di speranza", un presagio di vita normale. Anche se il futuro del Paese rimane indecifrabile, è un fatto che le recenti "elezioni provinciali", svoltesi con una buona partecipazione e senza violenze, costituiscono un importante progresso per una società che cerca pace e stabilità dopo decenni di sofferenze, dovute prima a una "dittatura sanguinaria", poi all’invasione e all’occupazione straniere, accompagnate da prepotenze e massacri "autoctoni" a sfondo etnico e religioso che hanno provocato un tragico bilancio di vittime e l’esilio forzato di alcune "minoranze", in particolare di quella cristiana. Circa sette milioni di elettori hanno votato pacificamente, senza i vistosi "brogli", gli attentati e gli omicidi politici che avevano segnato le "consultazioni" del 2005 e del 2006.
Per conoscere i risultati definitivi occorrerà attendere alcune settimane, ma secondo sondaggi neutrali e rilevamenti interni ai partiti sembra scontato il buon successo della lista del Primo Ministro Nouri Al-Maliki che, pur rivolgendosi principalmente alla maggioranza "sciita", si può definire "laica", nazionalista e non "settaria". Buono dovrebbe essere anche il risultato della formazione "tribale" «del Risveglio» ("Sahwa"), punta di lancia della minoranza "sunnita", che aveva largamente "boicottato" le elezioni precedenti, e della quale oggi si dà per scontata una certa moderazione. Ma di essa nessuno può prevedere il comportamento quando si tratterà di discutere con gli "sciiti" il futuro del Paese. Tuttavia, questi dati, assieme alla soddisfacente riuscita delle liste "laiche" minori ("liberali", "socialisti"...), rafforzano l’impressione, già diffusa tra gli osservatori alla vigilia del voto, di una crescente "disaffezione" nei confronti delle formazioni marcatamente religiose. Il "Supremo Consiglio Islamico", la più grande e agguerrita formazione "sciita" nata durante l’opposizione alla "dittatura" di Saddam, e che volta a volta è stata sostenuta dagli Stati Uniti e dall’
Iran, conosce l’amaro sapore del "ridimensionamento". Può darsi che, come sembra, abbia perso non più del cinque per cento dei "suffragi" previsti, ma questo slittamento comporterebbe la perdita, a vantaggio di Al-Maliki, di almeno cinque delle province che controllava nel Sud. Insomma, in Iraq qualcosa sta mutando in meglio, ma è ancora troppo presto per parlare di riconciliazione nazionale e di pace definitiva, non foss’altro che per la disputa intorno alle ricchezze petrolifere e per la questione "curda", entrambe drammaticamente aperte. Ma intanto si è inaugurata una nuova stagione politica, con dinamiche che potrebbero accelerare la ricostruzione del Paese e il progressivo ritorno in patria dei "profughi", una volta che fossero convinti di avere un futuro sereno in uno Stato "democratico", pacificato, tollerante e, quasi certamente, "confederato".
Nel frattempo, e come minimo, anche l’andamento delle "elezioni provinciali" dovrebbe favorire il previsto "disimpegno militare" degli
Stati Uniti, che Barack Obama ha promesso di completare entro 16 mesi dal proprio ingresso alla "Casa Bianca". La notizia, corsa ieri, della nomina ad Ambasciatore a Baghdad di Christopher Hill, protagonista della "distensione" con la "Corea del Nord", instancabile "negoziatore" nelle trattative di Dayton sulla "ex Jugoslavia", sembra confermare che il Presidente ha fretta di chiudere la brutta "pagina irachena", forse per aprirne una nuova in Afghanistan. Ma questa è un’altra storia.