RITAGLI   Puntuale, la modernità presenta il conto alla Cina   CINA

Elio Maraone
("Avvenire", 26/11/’05)

Può darsi che la Cina sia vicina, sempre più vicina. Ma il punto è che, se vicina è, lo è spesso ai nostri comportamenti peggiori. Si può per esempio risalire a circa due secoli fa, cioè all'epoca della prima rivoluzione industriale in Inghilterra, per trovare una catena serrata di disgrazie sul lavoro, di disastri ambientali e di sperpero di risorse naturali come quella che, soprattutto negli ultimi mesi, sta affliggendo quell'avanzatissimo e al tempo stesso arretrato Paese. Incidenti a ripetizione colpiscono miniere e fabbriche di ogni genere, l'inquinamento di ogni natura, non soltanto la chimica, è la norma, i morti sul lavoro sono innumeri e anonimi, come quelli di un esercito che si svena in una sfibrante e ingloriosa battaglia. L'ultimo incidente è avvenuto ieri in una fabbrica chimica della Cina sud-occidentale, dove migliaia di persone hanno dovuto essere evacuate a causa di un'esplosione con rilascio di sostanze tossiche. Ma si tratta soltanto dell'ultimo evento in ordine di tempo, e ultimo tra quelli conosciuti, data la pessima abitudine delle autorità cinesi a nascondere le notizie cattive, comunque sgradevoli: ricordiamo, anche per sottolineare gli aspetti etici e insieme terribilmente concreti di ogni forma di censura, che nel 2003 il silenzio iniziale sui casi di Sars (sindrome respiratoria acuta e severa) contribuì al diffondersi della malattia che uccise centinaia e centinaia di persone in Asia. Ma il vero, ultimo incidente in ordine di importanza risale al 13 novembre scorso, quando un'esplosione in un impianto petrolchimico della provincia di Jilin (Cina del Nord-Est) ha provocato il versamento di una marea di benzene e nitrobenzene nel fiume Songhua. Un caso di inquinamento tremendo, addirittura - a causa della quantità e della tossicità degli inquinanti - epocale. Peccato che le autorità nazionali e locali abbiano ammesso con colpevole ritardo la gravità del fatto, e che ci sia voluta più di una settimana perché i nove milioni di abitanti di Harbin (l'area metropolitana più interessata) apprendessero che la loro acqua non era più potabile. Senza contare che nulla, nel frattempo, è stato detto di ciò che è accaduto lungo il tratto di fiume che va da Jilin a Harbin. L'enorme spargimento di sostanze tossiche nel fiume può essere collocato anche sullo sfondo di una più generale e crescente scarsità di acqua potabile, tanto che ne soffrono ormai circa quattrocento delle quasi settecento grandi città del Paese. Ma è il quadro generale che, con la sua tristemente ineguagliabile sequela di incidenti in tutti i settori, dai militari ai civili, più allarma e ammonisce. Questo quadro parla, alla Cina e a noi, di una crescita tumultuosa e talvolta irresponsabile, del perdurante sacrificio della persona e dei suoi diritti non soltanto all'ideologia di ascendenza maoista, ma anche a un progetto di sviluppo teoricamente senza limite, nella pratica afflittivo per l'uomo come per l'ambiente. È ovvio che uno sviluppo forsennato e sregolato alla lunga non è sostenibile, e che la ricerca del progresso così come sinora è stato inteso in Cina presenterà - anzi, già presenta - il suo amaro conto al Paese, per non dire al resto del pianeta. D'altronde anche lì - e specialmente, paradossalmente nelle democrazie avanzate - c'è chi continua a sperperare risorse, a inquinare, a eludere la legislazione che tutela i lavoratori. È giusto, giustissimo esigere dalla Cina rispetto dell'uomo e dell'ambiente. Ma l'Occidente - su entrambe le sponde dell'Atlantico - è sicuro di essere un esempio limpido, indiscutibile?