Tappa attesa e "cruciale"

RITAGLI     La franchezza dell’amico mai "partigiano"     TERRA SANTA

Papa Benedetto XVI allo Yad Vashem, Memoriale della Shoah, in Gerusalemme...

Padre Emile Shoufani, Parroco della Comunità Greco-Melkita di Nazareth, in visita ad Auschwitz, con ebrei e musulmani!

Elio Maraone
("Avvenire", 12/5/’09)

«Sicurezza, "integrità", giustizia e pace: nel "disegno" di Dio (...) esse sono inseparabili. Lungi dall’essere semplicemente il prodotto dello "sforzo umano", esse sono "valori" che promanano dalla relazione fondamentale di Dio con l’uomo, e risiedono come "patrimonio comune" nel cuore di ogni individuo. Vi è una via soltanto per proteggere e promuovere tali "valori": esercitarli, viverli! Nessun individuo, (...) nessuna "nazione" è esente dal dovere di vivere nella giustizia e di operare per la pace». Giunto in quell’Israele che, idealmente condividendo lo "sguardo" di Mosè, egli aveva scorto dal Monte Nebo, Benedetto XVI entra nel cuore delle «questioni irrisolte» alle quali aveva accennato Domenica presso il fiume Giordano, esortando i cristiani ad «offrire il loro contributo» per la pace nel "Medio Oriente" segnato da «anni di violenze».
La prima, tremenda "questione" è quella della pace che appare ancora lontana fra israeliani e palestinesi, e non soltanto tra loro, e non soltanto dentro i confini "storici" della
Palestina. Sicché, appena toccato il suolo della Terra Santa, senza attendere di giungere nella Gerusalemme il cui nome «significa città della pace» (ma di una pace che ancora non abita lì), il "pellegrino apostolico" va oltre le "esortazioni", si fa, letteralmente, "supplice". «In unione con tutti gli uomini di "buona volontà" – dice infatti il Papa – supplico quanti sono investiti di responsabilità ad esplorare ogni possibile via per la ricerca di una soluzione giusta alle enormi difficoltà, così che ambedue i "popoli" possano vivere in pace in una patria che sia la loro, all’interno di "confini" sicuri ed "internazionalmente" riconosciuti». Benedetto XVI si rivolge al Presidente israeliano Shimon Peres, al "premier" Benjamin Netanyahu e agli altri "leader" politici che lo hanno accolto, riconosce (e lo fa praticamente sino a sera) i "diritti" di Israele, il suo bisogno di sicurezza, ma non esita a sottolineare che quest’ultima, come accennavamo sopra, è inseparabile dalla giustizia. Una giustizia che per essere stabile e piena assieme alla pace che le è "sorella" nasce dalla «conversione dei cuori» (un’espressione che ritorna più volte, in questo "pellegrinaggio"). I cuori non soltanto dei "politici", ma anche dei diversi "capi religiosi" che il Papa invita con forza a «vivere insieme in profondo rispetto» e senza alimentare «divisioni e tensioni», nonché i cuori di tutte le «comuni famiglie di questa terra». A quella della pace si è intrecciata un’altra grande "questione", quella dell’"anti-semitismo" («totalmente inaccettabile») che, dice Benedetto XVI, «continua a sollevare la sua "ripugnante" testa in molte parti del mondo», tanto che «ogni sforzo deve essere fatto per combatterlo dovunque si trovi». Un chiarimento totale e si spera definitivo dopo le "polemiche" sul "Caso" del «negazionista» Williamson, chiarimento che il Papa ha suggellato assicurando la propria preghiera «affinché l’umanità non abbia mai più ad essere testimone di un "crimine" di enormità simile» a quella della "Shoah". "Shoah" che il Papa ha evocato e onorato con accenti commossi nella visita al "Memoriale" dello "Yad Vashem". «Possano i nomi di quelle "vittime" non perire mai! – ha esclamato Benedetto XVI – . Possano le loro sofferenze non essere mai negate, "sminuite" o dimenticate!». E poi, com’è nel suo stile, ha allargato l’orizzonte al tempo nostro, e al futuro: «La "Chiesa Cattolica" (...) prova profonda "compassione" per le "vittime" ricordate» nello "Yad Vashem" «e alla stessa maniera si schiera accanto a quanti oggi sono soggetti a "persecuzioni" per causa della "razza", del "colore", della condizione di vita o della religione. Come Vescovo di Roma e successore dell’Apostolo Pietro» egli ribadisce al pari dei "predecessori" «l’impegno della Chiesa a pregare e ad operare senza stancarsi per assicurare che l’odio non regni mai più nel cuore degli uomini. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è il Dio della pace». Impossibile, crediamo, essere più chiari e "indiscutibili" di così, davanti al "Memoriale" dal quale «sale perenne verso l’Onnipotente il "grido" di Abele».