«I "muri" non durano per sempre»

RITAGLI     Per lui non ci sono "figli" e "figliastri"     TERRA SANTA

Benedetto XVI passa accanto al lungo muro, che separa Betlemme dallo stato israeliano! Papa Benedetto, tra le autorità, pronuncia il suo discorso a Betlemme... Giovani donne palestinesi ascoltano il discorso del Papa, al campo profughi di Aida, vicino a Betlemme!

Elio Maraone
("Avvenire", 14/5/’09)

«Il Papa è con voi. Oggi sono qui in persona, ma ogni giorno accompagno "spiritualmente" ciascuno di voi nei miei pensieri e nelle mie preghiere». Così Benedetto XVI si rivolge ai piccoli "ospiti" del "Baby Hospital", il "centro per l’infanzia" di Betlemme sostenuto dalle "Conferenze Episcopali" tedesca e svizzera, e le parole del "pellegrino" vestito di bianco, che si commuove accarezzando un bimbo nato "prematuro", possono valere per un’intera giornata tramata di uno speciale affetto per «i più vulnerabili».
Ma l’affetto, anzi, l’amore del Papa non è "fazioso", anche ieri ha fatto chiaramente capire che per lui non ci sono "figli" e "figliastri", e che, in altre parole, questo suo è un "pellegrinaggio" di pace che tiene ugualmente presenti le legittime aspirazioni dei "popoli"
israeliano e palestinese, per i quali la "Santa Sede" propugna la nascita di due "Stati" indipendenti, sovrani, con "confini" internazionalmente riconosciuti.
Il Papa ieri non si è dunque scostato da questa linea, ma illuminando idealmente l’intera giornata con la "luce" di quel «faro di speranza» (il "Baby Hospital") «circa la possibilità che l’amore ha di prevalere sull’odio», ha tenuto specialmente, e diremmo teneramente, nella "Piazza della Mangiatoia" a ricordare la storia "dolorosa" dei palestinesi. «Il mio cuore – esordisce – si volge in maniera speciale ai "pellegrini" provenienti dalla "martoriata"
Gaza, (...) vi chiedo di portare alle vostre famiglie il mio caloroso abbraccio, (...) siate sicuri della mia "solidarietà" nell’immensa opera di "ricostruzione" che vi sta davanti e delle mie preghiere che l’"embargo" sia presto tolto». Ma dopo tante sofferenze, «al di sopra di tutto – aggiunge il Papa – siate testimoni della potenza della vita, della "nuova" vita donataci dal "Cristo Risorto". (...) La vostra terra non ha bisogno soltanto di nuove "strutture" economiche e politiche, ma in modo più importante di una nuova "infrastruttura spirituale"». Con tono appassionato, il Papa aggiunge: «Siate un ponte di "dialogo" e di "collaborazione", nell’edificare una "cultura di pace" che superi l’attuale "stallo" della paura, dell’aggressione e della "frustrazione"». Ma, per duro e doloroso che sia il momento, la fiducia del Papa nell’uomo non vacilla. «Voi – dice – avete le risorse umane per edificare la "cultura della pace"», e insomma, conclude echeggiando le parole dell’Angelo ai pastori di Betlemme, e quelle "memorabili" di Giovanni Paolo II, «non abbiate paura».
L’esortazione che ha concluso l’"Omelia" in piazza accompagna un ragionamento che si rivolge al "mondo politico". Per esempio, durante la cerimonia mattutina di "benvenuto" a Betlemme, Benedetto XVI si era fatto nuovamente "supplice", come il giorno del suo arrivo in Israele. «Supplico tutte le parti coinvolte in questo "conflitto" – aveva detto – ad accantonare qualsiasi "rancore" e contrasto che ancora si frapponga sulla via della "riconciliazione". (...) Una "coesistenza" giusta e pacifica (...) può essere realizzata solamente con uno spirito di "cooperazione" e mutuo rispetto», tra l’altro puntando ad alleggerire «i gravi problemi riguardanti la sicurezza», «così da permettere una maggiore libertà di movimento, con speciale riguardo per i contatti tra famigliari e per l’accesso ai "Luoghi Santi"». I palestinesi, e il Papa lo sa e lo dice, sono le "vittime" maggiori della situazione attuale, ma questo non li assolve di tutto. «Non permettete – dice loro Benedetto XVI – che le perdite di vite e le distruzioni (...) suscitino amarezze e "risentimento" nei vostri cuori. Abbiate il coraggio di resistere ad ogni tentazione di ricorrere ad atti di violenza o di "terrorismo"».
A sera, concludendo la «memorabile giornata, il Papa posa pensoso lo sguardo sul "muro" che separa i due popoli, sui "profughi" del "campo" di
Aida. E colpito profondamente, al Presidente palestinese Mahmud Abbas dice: «Con angoscia ho visto la situazione dei "rifugiati", ho visto il "muro" che si introduce nei vostri "territori", separando i vicini e dividendo le famiglie», e la sua memoria corre al "muro" di Berlino. Sospira, il Papa tedesco, ma subito lancia parole che sono riassunto e "sigillo" di un giorno, e non soltanto di un giorno: «I "muri" non durano per sempre».