I quattro religiosi assassinati a Mosul

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Resta il pensiero paradossale che sotto Saddam
la vita dei cristiani era più sicura.

P. RAGHEED GANNI, sacerdote caldeo, martire a Mosul, in Iraq.

Elio Maraone
("Avvenire", 5/6/’07)

Orrore su orrore, sangue su sangue. Alle immancabili notizie quotidiane di bombe e sparatorie viene, dall'Iraq, quella dell'uccisione di quattro figli della Chiesa caldea: un giovane sacerdote, padre Ragheed Ganni, e tre suddiaconi sono stati uccisi a Mosul, di ritorno dalla messa domenicale nella parrocchia del "Santo Spirito". Si tratta, dicono il Patriarca Emmanuel III Delli e i vescovi caldei, di un «crimine vergognoso», commesso da sconosciuti contro «loro fratelli che erano cittadini fedeli e pacifici, oltre ad essere uomini di religione» che si sono sempre rivolti a Dio «perché portasse pace, sicurezza e stabilità». L'omicidio di padre Ganni e dei suoi aiutanti è specialmente odioso perché gli assassini hanno tolto alle loro vittime, dopo la vita, anche la possibilità di un immediato intervento fraterno, di una pietà "soccorrevole". Il parcheggio di alcune autobomba ha infatti tenuto lontano a lungo, sino all'intervento degli artificieri, la gente che voleva avvicinarsi alle salme. Un assassinio «senza senso», ha commentato il Papa, indicando la malvagia, cieca insensatezza di chi infierisce su persone innocenti e miti, per giunta votate al bene comune. Ora la Chiesa caldea piange i suoi caduti, che allungano, facendolo più glorioso, il martirologio universale. E può venire in mente Tarcisio, ucciso dai soldati perché rifiuta di consegnare l'ostia che porta con sé: padre Ganni aveva infatti sulle mani le tracce dell'Eucaristia appena celebrata nella chiesa della quale era parroco. «Io - disse profeticamente al "Congresso eucaristico" di Bari del 2005 - tengo in mano l'ostia, ma in realtà è Lui che tiene in mano me e tutti noi, Lui che sfida i terroristi e che ci tiene uniti nel suo amore senza fine». Ogni cristiano sul sangue appena versato laggiù oggi si interroga, e prega, assieme al Papa, perché «questo sacrificio ispiri nei cuori... una rinnovata risoluzione a rifiutare le strade dell'odio e della violenza». Chissà se questo invito toccherà i cuori degli assassini. Non li conosciamo, ma siamo convinti che siano militanti in qualche gruppo islamico, e che abbiano rivolto le armi contro i quattro perché erano cristiani, e in particolare contro il sacerdote perché era un esempio di amorevolezza, un campione della generosità che nulla chiede in cambio. I buoni esempi irritano i malvagi, soprattutto quelli che in un uomo di altra fede vedono un rivale pericoloso, un nemico. Il clima dell'Iraq (ma non soltanto dell'Iraq, il fenomeno si sta diffondendo in tutti i luoghi dove è forte la presenza islamica), oltre ad assomigliare a quello di un "mattatoio" sempre aperto, sta diventando irrespirabile per i cristiani. Le umiliazioni, le minacce, le pressioni perché, in cambio della tranquillità, rinneghino la propria fede, gli attentati ai luoghi di culto, tutto ciò li spinge ad emigrare, sempre più numerosi. Questa la situazione al Nord, dove si trova Mosul, ma in nessuna regione i cristiani possono dirsi al sicuro. I vescovi caldei chiedono «ai responsabili iracheni e alle organizzazioni internazionali di intervenire per metter fine ai crimini». Sacrosanta richiesta. Ma al momento non si vede quale autorità irachena possa (e forse voglia) intervenire efficacemente, mentre le organizzazioni internazionali spesso e volentieri distolgono lo sguardo. Aspettiamo la visita a Roma del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, al quale il Papa parlerà anche della guerra in Iraq. Ma nel frattempo si fatica a rimuovere il pensiero - inquietante, paradossale - che sotto il tiranno Saddam Hussein la vita dei cristiani era più serena e sicura.