Benedetto XVI si fa avvocato dei cristiani dell'Iraq
Voce sempre più veemente.Elio Maraone
("Avvenire",
22/6/’07)
A pochi giorni da quello di Assisi
(«Cessino i conflitti, tacciano le armi...»), nuovo, accorato appello ieri del
Papa per il Medio Oriente, per la pace che, ricorda, «tanto implorata e attesa,
è purtroppo ancora largamente offesa».
Nell’abbracciare i rappresentanti di quelle terre "ribollenti",
convenuti in Vaticano per la riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese
orientali, Benedetto
XVI ha per tutti
sguardi e parole consolatrici; ma un’attenzione speciale riserva all’Iraq. E
infatti, dopo aver «assicurato ancora una volta» che l’intera regione è
presente «con urgenza e costanza.... nella preghiera e nell’azione della Sede
apostolica e di tutta la Chiesa», il Papa si rivolge «con affetto e
ammirazione» alla comunità cristiana in Iraq, che sta attraversando «un’ora
di autentico martirio per il nome di Cristo». Martirio tremendo – nel quadro
di un tentato «genocidio» (per usare una recente espressione della Chiesa
caldea) – vero martirio di sangue: per esempio quello, il 3 giugno a Mosul, di
padre Ganni e di tre suddiaconi, evocato ieri dal Papa con commozione.
La persecuzione dei cristiani nelle antiche terre della prima diffusione della
fede è vasta e crescente, come ricorda tra gli altri monsignor Louis Sako. «L’attuale
governo iracheno – ha denunciato ieri l’arcivescovo di Kirkuk – non riesce
a garantire la sicurezza e ad applicare la legge. Non esistono milizie cristiane
per difendersi. Un cristiano è vulnerabile per eccellenza».
Ormai in diverse parti del mondo (in pratica ovunque è presente il
fondamentalismo islamico), ma specialmente in Medio Oriente, i fedeli sono
oppressi, umiliati, talvolta uccisi, spinti all’"abiura", sempre
più costretti, come da tempo accade in Palestina,
a emigrare. Molti di loro, annota Benedetto XVI, «non vedono altra possibilità
se non quella di... cercare una nuova vita all’estero». Il Papa esprime
«solidarietà ai pastori e ai fedeli delle comunità cristiane che rimangono in
quei luoghi, spesso a prezzo di eroici sacrifici», ma non si limita a questo.
Egli infatti addita, sullo sfondo della persecuzione contro i cristiani in atto,
la tragedia della pace compromessa o messa grandemente a rischio, la pace che
viene «offesa nel cuore dei singoli», la pace che «si spegne lasciando spazio
alla violenza», la violenza che «spesso degenera in guerra... fino a
costituire, come ai nostri giorni, un assillante problema internazionale».
Il problema supera dunque i confini locali e, congiuntamente a quello della
persecuzione religiosa, deve essere avviato a soluzione da tutti i Paesi,
perché in ogni uomo variamente ferito è l’umanità intera che viene ferita.
Ecco quindi che Benedetto XVI «bussa al cuore di Dio creatore e padre, per
chiedere con immensa fiducia il dono della pace». Ma «bussa» anche,
immediatamente dopo, «al cuore di coloro che hanno specifiche responsabilità
perché aderiscano al grave dovere di garantire pace per tutti, indistintamente,
liberandola dalla malattia mortale della discriminazione religiosa, culturale,
storica, geografica».
L’invito all’opera pacificatrice è rivolto a tutti, ma tra i primi ad
essere interpellati sono ebrei e musulmani: il Papa «bussa al cuore di Dio»
sentendosi «in comunione con tutte le Chiese e comunità cristiane, ma anche
con coloro che venerano il nome di Dio, creatore e Padre». Ritorna, come un’eco
profonda, incancellabile, attualissima, la lezione di San
Francesco, appena
rilanciata dal Papa ad Assisi: per essere pienamente «uomini per gli altri»
occorre essere «uomini di Dio».