Noi, gli immigrati, il senso comune del bene e del male
Una china da risalireGianfranco Marcelli
("Avvenire", 3/11/’07)
Scorre sotto i nostri occhi un accavallarsi di notizie che, al primo impatto,
instillano un "sovrappiù" di tristezza e di desolazione.
La morte della donna aggredita selvaggiamente a Roma, il suicidio dell’adolescente
di Ischia vittima di isolamento e dileggio, la scomparsa di don Oreste Benzi
si rincorrono sui "mass media" nel giro di pochissime ore. E sembrano
quasi suggellare nell’immaginario pubblico l’eclissi della speranza: il male
che inanella nuove vittorie, il bene che perde un araldo impareggiabile.
Crediamo, sappiamo per certo che non è così. Ma siamo pure consapevoli che non
basta contrapporre allo scoramento montante la risorsa di una fede soltanto
proclamata o declinata in astratto. Una fede incapace di tradursi, come proprio
il fondatore della "Papa Giovanni XXIII"
ha insegnato per
quarant’anni, in opere efficaci, costruite sui terreni dove molto ci si
sporcano le mani e dove più si gioca la maturazione umana. È il delitto di Tor
di Quinto, in particolare, a imporre un supplemento di riflessione. L’eterno
oscillare italico tra "buonismo" arrendevole e indiscriminata
"caccia alle streghe" sembra aver già delineato i contorni di una
risposta complessiva, senza alternative, al fenomeno dell’immigrazione
criminale: tolleranza zero e rigore inflessibile a 360 gradi. In attesa magari
che una tragedia di segno opposto, oppure una palese ingiustizia perpetrata nel
nome della legge, rilanci il pendolo sul versante dell’accoglienza passiva e
acritica. Tutto questo, ancora una volta, senza mai percepire (e dunque senza
neppure abbozzare un possibile rimedio) la carenza di fondo di una società
disabituata ormai da decenni a una funzione primaria, indispensabile per la
propria "autotutela": e cioè il discernimento condiviso, la capacità
di distinguere i comportamenti e di apprezzarli o sanzionarli nella coscienza
collettiva, prima ancora che nelle aule di giustizia.
È il "senso comune" del bene e del male, in altri termini, che
risulta appannato.
Qualcuno dirà: irreparabilmente. Ma sarebbe una dichiarazione di resa
anticristiana. E perfino antistorica, perché abbiamo visto altre volte, nel
corso dei secoli, civiltà stremate capaci di colpi di reni inattesi e
sorprendenti. Che però non si producono per miracolo. Ed è anche vero che i
margini residui per impostare la risalita non possono ritenersi inesauribili.
Mentre si avvicina il trentennale di un’altra immane tragedia nazionale, il
delitto Moro e la strage della sua scorta, viene in mente una frase spesso
citata dello statista vittima del terrorismo: «Questo Paese non si salverà, la
stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se non nascerà un
nuovo senso del dovere». Fa impressione che, da allora ad oggi, la corsa ai
cosiddetti "nuovi diritti di libertà" non abbia mai conosciuto soste,
intaccando da ultimo con la massima spensieratezza frontiere millenarie di
tutela della vita e della convivenza civile.
Colpisce che ogni richiamo autorevole al dovere di riflettere sulle implicazioni
etiche di certe "conquiste" sia accolto con malcelata insofferenza o
con aperto disprezzo. E sconcertano certi elogi a don Benzi "apostolo degli
ultimi", che ignorano accuratamente la sua difesa intransigente della
famiglia e di quella particolare categoria di "ultimi" rappresentata
dalle piccole vittime dell’aborto. Viene quasi da chiedersi perché mai si
pretenda, dalle mentalità semplici e non abituate a sottilizzare di tanti
ospiti sgraditi, una capacità di disciplina e di autocontrollo che i nostri
connazionali tendono sempre più a ritenere superflua. Perché, insomma,
indignarsi di certi eccessi se da noi lo stile di vita prevalente contempla l’arraffare
tutto quanto capita, godersela il più possibile, "sballo" compreso,
farsi i fatti propri e tanto peggio per chi non ce la fa? Per questo è utile
richiamare qui l’importanza degli inviti giunti di nuovo dai vertici della
Chiesa italiana, alla luce degli ultimi sconvolgenti episodi. Inviti a
perseguire con assoluta urgenza un impegno straordinario «nella formazione e
nell’educazione alla legalità». Attenzione a quell’aggettivo:
"straordinario". Perché adesso un impegno qualsiasi non basta più.
Occorre muoversi, in casa nostra anzitutto, in modo che chi vi entra respiri il
clima più adatto a rispettarci.