Anticipiamo
la "prolusione"
che il filosofo Jean-Luc Marion terrà alla "Facoltà teologica" del
"Triveneto":
«Anche la gratuità si regge su una economia».
«Donare
contiene in sé delle contraddizioni, anche quando è un gesto disinteressato:
dare è anche fare conto su una risposta.
Tuttavia noi doniamo di continuo, senza averne consapevolezza».
JEAN-LUC
MARION
("Avvenire", 6/3/’08)
Noi doniamo
senza "calcolare". Doniamo senza calcolare, in tutti i sensi del termine. Primo,
perché doniamo continuamente: doniamo così come respiriamo, in ogni istante,
in tutte le circostanze, dal mattino alla sera, e non passa giorno senza che, in
un modo o nell’altro, non abbiamo dato qualcosa a qualcuno, talvolta persino
abbiamo «donato tutto». Doniamo anche senza tenere il "libro
contabile", "senza misura", perché donare implica giustamente
donare in perdita, o quanto meno non contare il proprio tempo né il proprio
pensiero, e nemmeno i propri sforzi, in modo da non tenere semplicemente il
conto dei propri doni. Infine, doniamo senza "contare", perché il più delle
volte doniamo senza averne una chiara coscienza, per mancanza di tempo e d’attenzione,
dal momento che doniamo quasi meccanicamente, automaticamente e senza saperlo.
Così, l’attitudine al dono, l’atteggiamento di donare sembra al primo
approccio andare da sé, tanto il suo esercizio si dispiega inconsapevolmente,
senza pensarci, né preoccuparsene; l’evidenza stessa del dono ne renderebbe
la consapevolezza quasi superflua.
Tuttavia, questa evidenza ci toglie subito la certezza che sembrava dare.
Perché questi tre modi di donare non possono stare insieme senza contraddirsi:
in effetti, la terza modalità del donare senza calcolo – donare senza averne
coscienza – annulla manifestamente le due precedenti; perché, se veramente
doniamo incessantemente e senza misura, come potremmo alla fine non prenderne
consapevolezza? E viceversa, se doniamo senza divenirne coscienti, come sapremo
ancora di donare incessantemente e senza misura? O, più esattamente, come
assicureremo noi stessi che questo «incessantemente e senza misura» qualifica
il nostro dono come autentico, se non ne abbiamo consapevolezza alcuna? In
breve, come donare senza tenere il conto, se si dona senza rendersene conto?
Ma, oltre questa contraddizione "formale", si delinea una
contraddizione incomparabilmente più profonda, che mette in causa interamente
il dono: infatti, questo dono che pretende di donare senza contare, in realtà
conta sempre e conta pure anche troppo. Il dono dona in maniera tale da non
perdere niente, né mai si perde, ma ha sempre il suo "tornaconto" e
si ritrova quanto meno uguale a ciò che sarebbe rimasto se non avesse mai
donato nulla. Di fatto e di diritto, il dono non dona senza contare, perché,
alla fine, in un modo o nell’altro, il conto si rivela sempre vantaggioso.
Basta analizzarne le tre dimensioni, il "donatore", il
"donatario" e il "dono donato", per vedere il dono
annullarsi nel suo contrario, "lo scambio".
Guardiamo prima di tutto il "donatore". In realtà, egli non dona mai
senza ricevere in cambio quanto ha donato. Se dona essendo riconosciuto come
donatore, anche se il suo dono non gli viene mai restituito, egli riceve almeno
la "riconoscenza" del donatario. Anche nel caso in cui quest’ultimo manchi di
riconoscenza, il donatore riceverà almeno la stima dei testimoni del suo dono.
Supponendo che egli per caso doni senza che nessuno lo riconosca come donatore,
sia che il dono resti strettamente "privato" (senza testimoni), sia
che il beneficiario ignori questo dono o lo rifiuti (ingratitudine), il donatore
riceverà quanto meno da se stesso una stima di sé (per aver fatto il
"generoso", aver dispensato gratuitamente); e questa stima, di fatto
perfettamente meritata, gli assicurerà una «contentezza di se stesso»
(Cartesio), quindi l’"autarchia" del saggio. Egli si sentirà, del
resto a buon diritto, moralmente superiore all’avaro che ha saputo non
imitare, e questo guadagno compenserà largamente la sua perdita. Di
conseguenza, però, il donatore avrà annullato il suo dono in uno
"scambio" - scomparendo lui stesso come donatore, per diventare l’acquirente
della propria stima. Al prezzo certamente di un bene perduto, ma ritrovato. Un
beneficio non sarebbe dunque per definizione mai perso.
Guardiamo poi il "donatario". Ricevendo, egli non riceve solamente un
bene, ma soprattutto un debito; diviene così il "debitore" del suo
benefattore, obbligato pertanto a rendere. Se rende senza tardare un altro bene
per questo primo bene, sarà da questo momento alla pari, proprio per aver
annullato il suo debito sostituendo uno scambio al dono, annullando dunque il
dono, che come tale scompare. Viceversa, se non può restituire subito, egli
resterà in avvenire un debitore, temporaneo o definitivo; durante il periodo
del suo debito dovrà esprimere la sua riconoscenza e ammettere la sua
dipendenza; così, egli non si farà perdonare che rimborsando il suo debito
attraverso la sua "sottomissione" di debitore, accettando addirittura
la condizione di "servitore" di fronte al padrone. Se infine nega di
aver ricevuto un dono, anche a prezzo di una menzogna o di un
"diniego" di giustizia, egli dovrà argomentare che non si trattava
che di un "dovuto", o che non ha ricevuto nulla. Dunque, in ogni caso,
il donatario cancellerà il dono e ristabilirà uno scambio - reale o
"fittizio", poco importa, poiché sfocerà comunque nell’annullare
se stesso come donatario. Osserviamo infine il "dono donato": esso
tende non meno inesorabilmente a cancellare in sé ogni traccia e ogni memoria
del gesto che l’ha donato. Infatti, non appena donata, la "cosa" del dono,
qualunque essa sia, impone la sua presenza, e la sua evidenza realizzata offusca
l’atto che la dona: il dono donato occupa tutta la scena della donazione
donante e la rinvia alla non effettività del suo trascorso passato. Se dobbiamo
rinnovare sempre l’attenzione a ringraziare come si deve il benefattore prima
di prendere possesso del dono (come si ripete ai bambini piccoli), ciò deriva
meno da una cattiva condotta che da una necessità "fenomenologica"
– il dono sequestra tutta l’attenzione e annulla la propria provenienza.
Appena donato, il dono scompare come dono donato per consolidarsi nel suo valore
di "oggetto" di uno scambio da quel momento possibile, dunque quasi inevitabile.
Come non concludere che il dono, appena si compie effettivamente ed emerge nella
"fredda" luce dell’esperienza, deve "snaturarsi" inevitabilmente nel
suo contrario, secondo una triplice "assimilazione" allo scambio e al
commercio? Come non dedurre da questa "auto-soppressione" una forma di
instabilità, che fa di esso una "apparenza" di fenomeno, incapace di costituirsi
in fenomeno oggettivo? Il dono si contraddice di una contraddizione in termini
– i termini dello "scambio". In effetti, o il dono si manifesta nell’effettività,
ma allora scompare come dono; oppure resta un puro dono, ma diviene non
apparente, non effettivo, escluso dal processo delle cose, idea pura della
ragione. O il dono resta conforme alla donazione, ma allora non si manifesta
mai. Oppure si manifesta, ma nell’economia dello scambio, dove si trasforma
nel suo contrario – precisamente lo scambio, il dono restituito ("do, ut
des"), il donato per un reso e il reso per annullare un donato, il
commercio e la gestione dei beni. Lo scambio s’impone come la verità del
dono, che lo cancella. "Sottomettendosi" all’economia, il dono muta
la sua essenza di dono con una "effettività" che lo nega, precisamente nello
scambio. Perché l’economia fa l’economia del dono.