PARLA NELSON MANDELA

L’ex presidente fa il punto sulla rinascita del suo Paese dopo l’apartheid,
e sulle attività della «Commissione verità e riconciliazione».

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«Oggi le famiglie delle vittime sanno quello che è successo ai propri cari:
la pena di morte è stata usata come pretesto per assassinare i neri».

NELSON MANDELA, Premio Nobel per la Pace e Leader del Sudafrica!

Maria De Falco Marotta
("Avvenire", 31/7/’07)

Nelson Mandela è una delle guide morali e politiche più grandi del nostro tempo: un eroe internazionale, la cui lunga vita è stata dedicata alla lotta contro l'oppressione razziale, lotta che gli ha fatto meritare il premio Nobel per la pace nel 1993 e poi, l'anno dopo, la presidenza del suo Paese come primo presidente dopo l'apartheid. È riverito dappertutto come forza vitale nella lotta per i diritti dell'uomo e l'uguaglianza razziale.
Dicono, inoltre, che il sorriso di Mandela sia il più famoso del mondo. E si capisce perché: da un uomo che è stato in prigione per quasi trent'anni in nome dei diritti umani dei suoi compatrioti; che parla senza reticenze delle stragi dell'Aids nel suo Sudafrica, che dà il suo numero di ex detenuto a "Robben Island", il 46664, al "cd" del concerto tenuto al "Greenpoint Stadium" di Cape Town, organizzato per sensibilizzare il pubblico riguardo le problematiche legate all'Aids; che a 85 anni accenna alle danze etniche del suo amato popolo sollevando in alto la "Coppa dei Mondiali di calcio" del 2010, i primi ospitati dal continente nero; che in "Internet" ha almeno 130 siti che parlano di lui; che corre, infaticabile, in ogni luogo del mondo per sfatare i pregiudizi sul colossale "melting pot" della sua diletta patria; che, pur fiero e regale, memore della sua alta pratica del rispetto della dignità umana, non disdegna di rispondere a chiunque, quando la gente l'opprime col suo affetto e vuol sentire, dalla sua viva voce...

Presidente Mandela, che cos'è la libertà, lei che in suo nome ha sofferto tanto?

«È una fiamma che nessuno può spegnere. In tutto il mondo ci sono uomini e donne che la faranno sempre ardere. Anche a costo della vita».

Come si augura che sia questo terzo millennio?

«Purtroppo, nel mondo vi è ancora troppa gente che langue in povertà, schiava della fame, dell'intolleranza e dell'ignoranza. Spererei che, con la buona volontà di tutti, finissero gli abusi e le ingiustizie sui bambini e sulle donne e che il disinteresse verso i miseri rimanga un brutto fenomeno del XX secolo».

Si sa che lei è un appassionato di storia. Dove collocherebbe l'apartheid nella scala delle atrocità del XX secolo?

«A esclusione delle atrocità commesse contro gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, non c'è altro crimine, nel mondo, che sia stato condannato all'unanimità come l'apartheid. La cosa peggiore è che una minoranza decise di sopprimere la stragrande maggioranza del Paese, utilizzando il nome di Dio per giustificare le nefandezze commesse».

Lei pensa che le violazioni dei diritti umani commesse dall'apartheid siano state più terribili di quelle sofferte nei Paesi latinoamericani, come il Cile, il Salvador e l'Argentina?

«Durante la "Commissione della Verità e Riconciliazione" abbiamo ascoltato cose tremende. Abbiamo riesumato tombe nelle quali c'erano i cadaveri di persone assassinate solo perché avevano osato affrontare la superiorità dei bianchi: uomini, donne, bambini, anziani. Le efferatezze che vennero commesse qui contro le persone innocenti sono state qualcosa di terribile, e questo non è altro che una parte di storia. Troppa gente ha sofferto e ci sono state occasioni nelle quali l'aggressione fisica non è stata così grave quanto l'oppressione psicologica sofferta dalla popolazione nera durante 1'apartheid. È una tortura psicologica impossibile da descrivere a parole».

L'arcivescovo Desmond Tutu, anche lui premio Nobel per la pace come lei, ha posto in risalto i valori della trasparenza e della purezza che contraddistinguono la "Commissione della Verità e della Riconciliazione". Come interpreta lei questo lavoro che ha stupito il mondo intero? Come giudica il processo di «pulizia» che è riuscita a portare a termine la Commissione?

«Secondo me la guarigione del Sudafrica è stato un processo lungo, doloroso, memorabile della nostra storia, e la Commissione ha contribuito magnificamente a questo, perché adesso le famiglie delle vittime della crudeltà conoscono quello che è realmente accaduto ai propri cari. Alcuni di loro sono stati capaci di ascoltare le confessioni degli agenti dell'apartheid e hanno risposto che li perdonano. Naturalmente, ci sono altri che hanno così tanta amarezza che impedisce loro di dimenticare il dolore per aver perso coloro che amavano. Credo che, in generale, la Commissione abbia svolto un lavoro straordinario, aiutandoci ad allontanarci dal passato, per concentrarci sul presente e sul futuro. Il vescovo Tutu ha realizzato un lavoro quasi inconcepibile dalla mente umana, nonostante le molte imperfezioni della "Commissione della Verità e Riconciliazione"».

Molte persone nel mondo credono che, come ha detto lei, il documento della Commissione sia splendido. Specie se, in tempi come questi, si parla di perdono e di "ubuntu". Ci dice cosa sono?

«Il perdono è coscienza dell'altro, comprensione delle differenze, ammissione di colpa, bisogno di andare oltre. Solo dal perdono nasce l'amore. E questo è il senso vero dell'"ubuntu", una filosofia così radicata nell'animo dei neri africani. Anche in Sudafrica. Però nel mio Paese tutti quelli che desiderano il perdono devono sollecitarlo individualmente».

La "Commissione della Verità e della Riconciliazione" ha proposto di citare a giudizio coloro che non si sono presentati a dichiarare né il male subito né quello fatto. Le realtà politiche non rendono più complicato il lavoro della giustizia?

«Quando eravamo un movimento che lottava per la liberazione, tutto quello che avevamo da fare era riuscire a mobilitare le masse del nostro Paese e concentrare le nostre forze contro la supremazia bianca. Invece da quando siamo governo abbiamo una Costituzione che sancisce il dominio della legge e tutti quanti sono soggetti ad essa. Non solo questo: abbiamo adottato misure che garantiscono questa Costituzione perché non rimanga un semplice foglio scritto capace di rompersi in qualsiasi momento. L'abbiamo trasformata in un documento vivo. Poi abbiamo creato strutture che fanno sì che anche il governo sia legato alla Costituzione e non agisca a suo piacimento. Disponiamo di un difensore pubblico, difensore del popolo, al quale può accedere qualsiasi cittadino offeso per lamentarsi e cercare giustizia. Abbiamo una "Commissione per i diritti umani", formata dai sudafricani più noti e, soprattutto, abbiamo il "Tribunale costituzionale" che ha annullato, per esempio, azioni del governo. Bisogna obbedire alle istituzioni che abbiamo creato. La "Commissione della Verità e della Riconciliazione" è un'istituzione molto rispettata, gli uomini e le donne dai quali è composta hanno svolto un lavoro splendido in circostanze difficili e per questo, secondo me, dobbiamo rispettare tutti, senza eccezioni, per quello che si è fatto per il Paese».

Quando lei uscì dal carcere, la Repubblica sudafricana era, come del resto gli Stati Uniti, fra i Paesi con il maggior numero di esecuzioni legali. Quando divenne presidente, una delle prime cose che fece fu abolire la pena di morte. L'indice di criminalità che esiste in Sudafrica induce molte persone ad asserire la necessità di ripristinarla per combattere il crimine con più efficacia. Potrebbe dirci qual è la sua posizione?

«Sono contrario alla pena di morte, perché è un riflesso dell'istinto animale che continua a essere presente negli esseri umani. Non ci sono prove che la pena capitale abbia fatto diminuire l'indice di delinquenza in nessun posto. Quello che lo fa abbassare è che i criminali sentano dire che se commettono un delitto, finiranno in carcere. In altre parole, quello che serve è un sistema politico efficace, capace di combattere il crimine. Per questo abbiamo adottato misure per migliorare la capacità della nostra polizia. La pena di morte non è la risposta, la risposta è migliorare l'efficienza del governo. In Sudafrica la pena di morte si è utilizzata come pretesto per assassinare e si è applicata soprattutto nei confronti dei neri. I bianchi non la subivano quasi mai. Questa è la tradizione del Paese, ma è un'usanza che abbiamo già lasciato dietro di noi e che nessuno riprenderà».