GLOBALIZZAZIONE
Globalizzazione.
È la sintesi di Cina e India, Paesi emergenti sulla scena mondiale.
Oltre i retaggi del comunismo e del colonialismo, i due Stati sfidano l’Occidente,
il quale deve reagire con la qualità e senza protezionismi.
Fabrizio Martalò
"Cindia",
com'è noto, è un neologismo coniato di recente per indicare due Paesi, Cina e
India, che hanno, ormai, abbandonato i costumi di comparsa per vestire quelli di
attori principali sulla grande scena della globalizzazione internazionale
dell'economia.
La Cina,
dopo un quarto di secolo di riforme e liberalizzazioni in campo economico, ha
saputo conquistarsi un ruolo da protagonista di primo piano, l'India cerca con
qualche difficoltà di recuperare il tempo perduto e di stare al passo della
"star" più famosa del momento. Infatti, da qualche anno a questa
parte, ci stiamo accorgendo che moltissimi prodotti, soprattutto "made in
China" e un po' meno "made in India", dal settore del
tessile-abbigliamento, all'elettronica e al software, stanno invadendo i mercati
occidentali a un prezzo assolutamente più conveniente di quello offerto dalle
nostre aziende.
Fu Deng Xiao Ping ad iniziare l'allestimento del gigantesco cantiere cinese che
ha iniziato i lavori nel 1978 con l'introduzione delle prime riforme economiche
e l'istituzione delle zone economiche speciali sulla costa orientale del Paese
per cercare di far uscire 800 milioni di persone dall'incubo dell'epoca maoista,
contrassegnata da tremende carestie e dalla terrificante rivoluzione culturale,
e non si sa quando chiuderà.
Di sicuro in questi 25 anni gli investimenti esteri, sapientemente impiegati
nella "fabbrica" del mondo, hanno prodotto prosperità e modernità
per circa 300 milioni di cinesi, hanno trasformato città modeste in autentiche
metropoli ultramoderne, hanno fatto diventare la Cina la principale esportatrice
mondiale di prodotti tecnologici e addirittura fatto raggiungere
l'autosufficienza alimentare alla sua considerevole popolazione di un miliardo e
trecento milioni di persone.
Il Partito Comunista ha stabilito un patto tacito con la popolazione, egli si
impegna a garantire uno sviluppo economico in continua crescita per assicurare
una condizione di vita sempre più decorosa per un numero sempre maggiore di
persone e i cinesi sono disposti a tollerare un governo autoritario con un
livello di diritti e libertà al di sotto della norma. Si immagina che questo
accordo non scritto venga meno nel momento in cui il Partito unico non sarà
più in grado di mantenere le sue promesse di benessere e prosperità.
Si assiste a un crescendo di riforme e liberalizzazioni, di snellimento dei
vincoli burocratici e abbattimento di vischiosità procedurali. L'obiettivo è
quello di attirare ancora maggiori investimenti esteri, favorire una ulteriore
delocalizzazione dai Paesi ricchi di attività con più alto valore aggiunto, in
modo da creare in Cina nuovi posti di lavoro più qualificati e far balenare
all'occidente l'eventualità di inserirsi con i propri prodotti sofisticati e di
lusso in un mercato dalle potenzialità sconfinate.
Se la Cina ha preso a correre all'inizio degli anni '80 per frantumare tutti i
record precedenti sulla pista del progresso economico, solo da poco l'India si
è imposta all'attenzione di tutti come l'altro sfidante da tenere nel massimo
rispetto.
Le riforme economiche varate dai dirigenti indiani nel 1991 e gli effetti
benefici derivanti dall'inserimento negli scambi commerciali e dall'integrazione
economica hanno favorito una valorizzazione delle potenzialità e delle energie
dell'India tale da far raddoppiare le dimensioni dell'economia e far diminuire
il tasso della povertà dal 51 al 26 per cento.
Sono risultati ragguardevoli se pensiamo che ancora oggi la nostra idea
dell'India è legata alle immagini un po' folcloristiche delle vacche (sacre per
gli Indù) che vagano sulle strade di grandi e piccole città, di grossi
elefanti che vengono sottoposti a grandi sforzi e utilizzati per trasportare
carichi pesanti, di incantatori di serpenti che si esibiscono nei poveri
villaggi per ottenere un misero compenso.
Ormai di tutto questo è rimasto ben poco in India.
Le vacche sono quasi scomparse dalle strade, o meglio autostrade, anzi le
autorità hanno pensato di far ingerire ad ognuna di esse un microchip in modo
da poterne controllare i movimenti e multare i proprietari che non sono
diligenti nella loro custodia. Gli elefanti vengono ormai utilizzati quasi
esclusivamente nei matrimoni o in cerimonie religiose debitamente rivestiti con
bardature tradizionali. Degli incantatori di serpenti non c'è più quasi
traccia.
Ciò che invece "incanta" in India è la straordinaria performance
dell'industria del software in questi ultimi anni. Nel periodo 1999-2000 questa
importante industria si è imposta sul mercato internazionale fornendo prodotti
informatici per un ammontare complessivo pari al 18 per cento del totale. Una
delle cause che ha favorito il successo straordinario dell'India in questo campo
è da rintracciare nella preziosa eredità della sua cultura millenaria di
tolleranza, eterodossia e di "tradizione argomentativa" che, secondo
Amartya Sen, permette il dibattito e la sperimentazione di idee e convinzioni
diverse in uno spirito di rispettoso riconoscimento reciproco.
Il sistema di governo democratico, ereditato dal passato periodo coloniale, ha
fatto il resto, in netto contrasto con la Cina comunista, e, consentendo il
libero pensiero e l'inventiva, ha creato le condizioni ideali per la
"produzione" di beni immateriali informatici, biotecnologici e servizi
ad alto contenuto innovativo.
Quale dovrebbe essere il comportamento più appropriato dell'Europa e
soprattutto dell'Italia per non subire le conseguenze di queste trasformazioni
epocali? Ormai il futuro del mondo si decide in Asia e soprattutto nei due
giganti economici emergenti con tre miliardi e mezzo di persone, India e Cina.
Qui la popolazione è più giovane della nostra e ci sono Università e centri
di ricerca all'avanguardia, i giovani studiano con maggiore impegno e
rendimento, i prodotti ormai hanno raggiunto uno standard qualitativo
occidentale e sono utilizzati nella nostra vita quotidiana.
L'adozione di misure protezioniste è controproducente e si ritorcerebbe contro
le nostre esportazioni. Dobbiamo prendere atto di questo risultato della
globalizzazione, e adoperarci per gestire le trasformazioni ancora in corso ed
inserirci nei circuiti del commercio internazionale con i nostri prodotti,
ricercati per il loro contenuto di alto valore aggiunto, innovazione e design.