GLOBALIZZAZIONE

Globalizzazione. È la sintesi di Cina e India, Paesi emergenti sulla scena mondiale.
Oltre i retaggi del comunismo e del colonialismo, i due Stati sfidano l’Occidente,
il quale deve reagire con la qualità e senza protezionismi.

RITAGLI   "Cindia", così l'Asia generò il gigante   CINA

Fabrizio Martalò
("Avvenire", 5/10/’06)

"Cindia", com'è noto, è un neologismo coniato di recente per indicare due Paesi, Cina e India, che hanno, ormai, abbandonato i costumi di comparsa per vestire quelli di attori principali sulla grande scena della globalizzazione internazionale dell'economia.
La
Cina, dopo un quarto di secolo di riforme e liberalizzazioni in campo economico, ha saputo conquistarsi un ruolo da protagonista di primo piano, l'India cerca con qualche difficoltà di recuperare il tempo perduto e di stare al passo della "star" più famosa del momento. Infatti, da qualche anno a questa parte, ci stiamo accorgendo che moltissimi prodotti, soprattutto "made in China" e un po' meno "made in India", dal settore del tessile-abbigliamento, all'elettronica e al software, stanno invadendo i mercati occidentali a un prezzo assolutamente più conveniente di quello offerto dalle nostre aziende.
Fu Deng Xiao Ping ad iniziare l'allestimento del gigantesco cantiere cinese che ha iniziato i lavori nel 1978 con l'introduzione delle prime riforme economiche e l'istituzione delle zone economiche speciali sulla costa orientale del Paese per cercare di far uscire 800 milioni di persone dall'incubo dell'epoca maoista, contrassegnata da tremende carestie e dalla terrificante rivoluzione culturale, e non si sa quando chiuderà.
Di sicuro in questi 25 anni gli investimenti esteri, sapientemente impiegati nella "fabbrica" del mondo, hanno prodotto prosperità e modernità per circa 300 milioni di cinesi, hanno trasformato città modeste in autentiche metropoli ultramoderne, hanno fatto diventare la Cina la principale esportatrice mondiale di prodotti tecnologici e addirittura fatto raggiungere l'autosufficienza alimentare alla sua considerevole popolazione di un miliardo e trecento milioni di persone.

Il Partito Comunista ha stabilito un patto tacito con la popolazione, egli si impegna a garantire uno sviluppo economico in continua crescita per assicurare una condizione di vita sempre più decorosa per un numero sempre maggiore di persone e i cinesi sono disposti a tollerare un governo autoritario con un livello di diritti e libertà al di sotto della norma. Si immagina che questo accordo non scritto venga meno nel momento in cui il Partito unico non sarà più in grado di mantenere le sue promesse di benessere e prosperità.
Si assiste a un crescendo di riforme e liberalizzazioni, di snellimento dei vincoli burocratici e abbattimento di vischiosità procedurali. L'obiettivo è quello di attirare ancora maggiori investimenti esteri, favorire una ulteriore delocalizzazione dai Paesi ricchi di attività con più alto valore aggiunto, in modo da creare in Cina nuovi posti di lavoro più qualificati e far balenare all'occidente l'eventualità di inserirsi con i propri prodotti sofisticati e di lusso in un mercato dalle potenzialità sconfinate.
Se la Cina ha preso a correre all'inizio degli anni '80 per frantumare tutti i record precedenti sulla pista del progresso economico, solo da poco l'
India si è imposta all'attenzione di tutti come l'altro sfidante da tenere nel massimo rispetto.
Le riforme economiche varate dai dirigenti indiani nel 1991 e gli effetti benefici derivanti dall'inserimento negli scambi commerciali e dall'integrazione economica hanno favorito una valorizzazione delle potenzialità e delle energie dell'India tale da far raddoppiare le dimensioni dell'economia e far diminuire il tasso della povertà dal 51 al 26 per cento.
Sono risultati ragguardevoli se pensiamo che ancora oggi la nostra idea dell'India è legata alle immagini un po' folcloristiche delle vacche (sacre per gli Indù) che vagano sulle strade di grandi e piccole città, di grossi elefanti che vengono sottoposti a grandi sforzi e utilizzati per trasportare carichi pesanti, di incantatori di serpenti che si esibiscono nei poveri villaggi per ottenere un misero compenso.

Ormai di tutto questo è rimasto ben poco in India. Le vacche sono quasi scomparse dalle strade, o meglio autostrade, anzi le autorità hanno pensato di far ingerire ad ognuna di esse un microchip in modo da poterne controllare i movimenti e multare i proprietari che non sono diligenti nella loro custodia. Gli elefanti vengono ormai utilizzati quasi esclusivamente nei matrimoni o in cerimonie religiose debitamente rivestiti con bardature tradizionali. Degli incantatori di serpenti non c'è più quasi traccia.
Ciò che invece "incanta" in India è la straordinaria performance dell'industria del software in questi ultimi anni. Nel periodo 1999-2000 questa importante industria si è imposta sul mercato internazionale fornendo prodotti informatici per un ammontare complessivo pari al 18 per cento del totale. Una delle cause che ha favorito il successo straordinario dell'India in questo campo è da rintracciare nella preziosa eredità della sua cultura millenaria di tolleranza, eterodossia e di "tradizione argomentativa" che, secondo Amartya Sen, permette il dibattito e la sperimentazione di idee e convinzioni diverse in uno spirito di rispettoso riconoscimento reciproco.
Il sistema di governo democratico, ereditato dal passato periodo coloniale, ha fatto il resto, in netto contrasto con la Cina comunista, e, consentendo il libero pensiero e l'inventiva, ha creato le condizioni ideali per la "produzione" di beni immateriali informatici, biotecnologici e servizi ad alto contenuto innovativo.
Quale dovrebbe essere il comportamento più appropriato dell'Europa e soprattutto dell'Italia per non subire le conseguenze di queste trasformazioni epocali? Ormai il futuro del mondo si decide in Asia e soprattutto nei due giganti economici emergenti con tre miliardi e mezzo di persone, India e Cina. Qui la popolazione è più giovane della nostra e ci sono Università e centri di ricerca all'avanguardia, i giovani studiano con maggiore impegno e rendimento, i prodotti ormai hanno raggiunto uno standard qualitativo occidentale e sono utilizzati nella nostra vita quotidiana.

L'adozione di misure protezioniste è controproducente e si ritorcerebbe contro le nostre esportazioni. Dobbiamo prendere atto di questo risultato della globalizzazione, e adoperarci per gestire le trasformazioni ancora in corso ed inserirci nei circuiti del commercio internazionale con i nostri prodotti, ricercati per il loro contenuto di alto valore aggiunto, innovazione e design.