CHIESA E ISLAM
A Milano per
un dibattito sul dialogo tra le due sponde del Mediterraneo:
«Da potenza incontrollabile il mare si trasformi in occasione di armonia».
Il vescovo di Tunisi:
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«Nelle nostre scuole la via dell'incontro»
La
testimonianza di Maroun Lahham:
«Siamo al servizio di tutti. Per questo ci rispettano».
Da
Milano, Giuseppe Matarazzo
("Avvenire", 19/7/’06)
«Nella mentalità biblica, il mare rappresentava il potere del male, le potenze incontrollabili. Oggi non si pensa più così. Il mare, il Mediterraneo nella fattispecie, offre preziose reti di conoscenza e tentativi di convergenza. Il mare, paradossalmente, è anche un ponte per unire le differenze in armonia». Pronuncia parole dense di significato Maroun Lahham, vescovo di Tunisi, intervenendo ieri mattina al quarto Laboratorio Euro-Mediterraneo promosso dalla Camera di Commercio di Milano, con autorevoli presenze internazionali. L'attenzione è sulla crisi mediorientale ma anche sui rapporti e gli scambi fra le sponde del Mediterraneo. Temi cari a Lahham, palestinese nato in Giordania, che si definisce «vescovo cattolico di origine araba e di cultura arabo-musulmana».
Avvicinare le due sponde del
Mediterraneo. Come si vince questa sfida?
«Occorre guardare le
cose con occhi nuovi: sapere che siamo diversi, nella storia, nella cultura,
nella religione; sforzarci per trasformare le differenze in elementi di
reciproco arricchimento; imparare a conoscere e informarsi sull'altro,
soprattutto i bisogni per rispondere con generosità e gratuità».
In Tunisia ci sono ventimila
battezzati su dieci milioni di abitanti. Quali difficoltà?
«Le difficoltà di una
Chiesa straniera, che però è accettata. Anzi rispettata. Anche per quello che
fa. Nella scuola, nella formazione, sostenendo la gente. La difficoltà maggiore
è quella di sentirsi fragili, perché non fai parte del tessuto sociale del
Paese. Ma abbiamo tanto entusiasmo e voglia di fare».
Qualche iniziativa in
particolare?
«La nostra è una
presenza di servizio pastorale che non si limita ai cattolici. È una missione,
una testimonianza verso il popolo tunisino che ci accoglie. In tutte le nostre
scuole non c'è neanche un cattolico. La diocesi ha messo in opera un centro
culturale e pedagogico che offre sessioni di formazione a centinaia di
insegnanti tunisini, sia delle scuole pubbliche sia di quelle private. Uno dei
nostri progetti per il prossimo futuro è quello di sviluppare questo centro,
perché corrisponda al meglio alla propria missione e ai bisogni culturali e
pedagogici della Tunisia».
È continuo il flusso di
disperati che lascia l'Africa per dirigersi in Europa. Il Mediterraneo come mare
della speranza...
«L'altro giorno leggevo
di un marocchino fermato prima di imbarcarsi che gridava: "Uccidetemi, ma
qui non resto". Nessuno lascia il proprio Paese se non è mosso dal
bisogno. Per questo occorre guardare a politiche di sviluppo e di sostegno per i
Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Aiutare la gente a muoversi in modo
legale, senza essere costretti a viaggi della disperazione nelle condizioni che
conosciamo. Lavorare per creare le condizioni affinché possano tornare. Quello
che cerchiamo di fare con la Caritas diocesana per aiutare quanti vogliono
rientrare in Tunisia».
Lei conosce molto bene
l'Islam: diffidenza, paura, opportunità?
«Parlo spesso di un
Islam del sorriso. Non si deve pensare all'Islam come un miliardo di potenziali
kamikaze. Non è così. Il fanatismo c'è, ma in piccolissima misura. La
presenza dell'Islam in Europa può essere una "chance" per tutti. Per
l'Europa, è un richiamo positivo ad avere un'identità forte, a ritornare a
valori spirituali e morali che si perdono. Per l'Islam, obbligato a entrare nel
mondo del pluralismo religioso e culturale, che può acquisire una mentalità
rispettosa, essere più libero - o liberato - e dunque più credibile».
Intanto in Medio Oriente è
ancora crisi.
«Ci deve essere un
impegno deciso, imparziale e obiettivo da parte di tutti a risolvere il
conflitto israelo-palestinese. È tutto lì il nodo del conflitto in Medio
Oriente. Occorre da un lato garantire il diritto di Israele all'esistenza e a
vivere in pace; dall'altro è necessario fare di tutto perché possa finalmente
nascere uno Stato palestinese, mettendo fine a decenni di violenze, sangue e
odio. Possa questa terra elevarsi a terra di dialogo, d'incontro. Dice un detto:
"Chi vuol vedere un angolo di paradiso, guardi Gerusalemme". E
invece...».