Ritornare a parlare
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della speranza futura non
è vano
Gennaro
Matino
("Avvenire",
13/11/’07)
«Come cantare i carmi
del Signore in terra straniera?» ("Salmo 136"). Per l’antico popolo
la terra straniera era la schiavitù. Il solo ricordarla provocava ribellione e
lacrime di commozione. Il ritorno in patria era la speranza ed insieme l’impegno
di chi non si rassegnava alla lontananza. Cantare i "carmi" del
Signore in terra straniera significava "riprovocare" i suoni dell’origine
nel tempo dell’assenza di significato, assenza di quel sacro che aveva formato
le loro strade. Era come immaginare che le parole, sgorgate dall’esilio,
potessero commuovere il cielo e ricondurli presto in patria. Oggi la schiavitù,
la terra straniera, ha cambiato frontiera. Epicuro aveva lottato contro la paura
della morte affermando: «Quando c’è la morte non ci siamo noi, quando siamo
noi non c’è la morte, quindi la morte non è un male». Tuttavia la morte
resta ancora oggi un problema da affrontare, benché si abbia la presunzione di
averne vinto la paura non parlandone affatto, ignorandola. L’esclusione della
morte dalla vita ha fatto sì che essa sia diventata terra straniera anche per l’annuncio
credente. La morte e il suo significato sono frontiere di senso per l’annuncio:
pensare la morte è esprimere un giudizio, darle significato, è affrontare
consapevolmente la via naturale delle cose. Si potrebbe dire: «Dimmi cosa pensi
della morte e ti dirò chi sei, in cosa credi». Il pensare la morte, renderla
comprensibile alla struttura dell’essere, fa l’uomo libero.
Ignorarla, nasconderla è "imbastardire" la vita, tanto più che la morte è l’unica
esperienza che ci chiama ad essere soli di fronte al mistero. L’affronteremo
soli, senza poter delegare nessuno. Il nascere è compagnia che si libera, la
morte è compimento di identità. Jean Baudrillard afferma che la morte è l’unica
"pornografia" della modernità, l’ultimo "tabù".
Un "film" per soli adulti. E se il nostro è un tempo in cui gli
uomini hanno paura di lasciarsi l’adolescenza alle spalle, ne consegue che
oggi parlare di morte è immaginare dialoghi impossibili con l’uomo
contemporaneo che fugge la morte e con ogni mezzo in suo potere cerca di tenerla
nascosta. La morte è stata "vomitata" non dalla certezza della
resurrezione, ma dall’illusione di evitarla non parlandone affatto.
Non se ne parla più perché ormai c’è solo il disgusto. La pietà della
morte lascia il posto alle sepolture di massa nascoste sotto la calce.
Non più lapidi, non più nomi. Solo fosse comuni.
Oggi, la terra d’esilio è la terra in cui, cancellata ipocritamente la
realtà della morte, si rischia di impoverire la vita stessa.
Cancellando la verità della morte si vuole che l’uomo, più che essere
proteso verso cieli nuovi e terre nuove, sia semplicemente impegnato nel tempo
presente ritenuto luogo di eternità. Tentazione alla quale, consapevolmente o
inconsapevolmente, non sfugge nemmeno un certo modo di essere Chiesa che,
attratta dal tempo come assoluto, dimentica che il suo esistere è anticipazione
di futuro. Ma come parlare di futuro, se il futuro è stato cancellato dal
vocabolario della modernità? Come parlarne se la stessa predicazione mira alla
correzione, alla politica d’investimento del tutto e subito, più che alla
faticosa scalata dell’"Oltre"? Una volta si cantava: «Media vita in morte sumus»,
nel mezzo della vita siamo nella morte, e tuttavia il riconoscere il tempo come
possibilità non allontanava dall’impegno, benché breve. Anzi, proprio la
provvisorietà garantiva al tempo una straordinaria fecondità: più ci si
sentiva provvisori, più ci si radicava nell’impegno.
Giovanni
XXIII amava
ripetere che bisogna vivere ogni giorno "con le valigie pronte". L’uomo
è uomo quando percorre la strada esaltante e dolorosa della conoscenza della
verità, perché è nella verità che si diventa liberi (cfr. Gv 8,32).
Nascondere il vero è tradire la libertà.
Ritornare a parlare della speranza futura è l’unico impegno possibile, per
ridare alla morte il suo posto nella vita, e per dare alla vita la verità del
suo percorso.