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la «Gomorra» del cardinale?

Un tramonto sul Golfo di Napoli...

Gennaro Matino
("Avvenire", 20/5/’08)

Napoli, la mia città, è ancora sotto i riflettori di "telecamere" impietose, è ancora sotto cumuli di rifiuti. Quella stessa spazzatura, divenuta il più grande "business" di quella "camorra" che Saviano ha avuto il coraggio di denunciare, sta portando la città alla miseria. E mai come in questi giorni, in cui Napoli sembra annegare in un degrado senza ritorno, mentre tra la gente esasperata scoppia la rivolta contro i "rom", quasi a cercare un nemico esterno su cui scaricare ben altra rabbia, nelle sale cinematografiche viene proiettato "Gomorra".
Come a girare il coltello nella piaga. È come se una serie di eventi: spazzatura, violenza, razzismo, si fossero concentrati in una strana "congiuntura" manipolata da ignoti registi per uccidere ogni speranza. Eppure in questo clima, mentre la città, schiacciata tra l’incudine e il martello, sembra dichiarare la sua resa, si leva un grido di speranza. Ancora una volta il
cardinale Crescenzio Sepe, accanto alla doverosa e leale denuncia dei mali, dei limiti e delle contraddizioni che deturpano Napoli, apre spazi alla speranza. Con il coraggio di chi sa mettere in gioco se stesso, ha pubblicato il suo diario per indicare la via della ricostruzione e dell’ottimismo: "Non rubate la speranza" ("Mondadori"). È l’appello accorato di un vescovo che, dal suo ingresso in diocesi, si è battuto per difendere la sua terra da un atteggiamento "disfattista" che non aiuta la città a riemergere. È il diario di un pastore che dal primo giorno, baciando la terra di Scampia, si è posto vicino agli ultimi, ai poveri, alle vittime del degrado. Sulle orme di Giovanni Paolo II, che proprio ai giovani di Scampia gridò: « Non abbiate paura!» , Sepe invita giovani e meno giovani a non cadere nel gioco di quanti hanno interesse a "mediare" una Napoli costruita solo sulla "camorra" e la "’mmonnezza".
Contro l’immagine distorta di una città martoriata da politiche poco attente al dramma della disoccupazione giovanile, che alimenta le organizzazioni malavitose, Sepe, con la passione di chi ama la sua terra, descrive l’altra Napoli, che non è quella della pizza e dei mandolini. Al di là di facili "stereotipi", il vescovo racconta nel suo diario una Napoli che può e deve ritrovare se stessa nelle sue radici, nel suo patrimonio artistico culturale, nella generosità della sua gente.
Tra le sofferenze di un popolo che affida la sua storia a San Gennaro, attraversa nel suo diario il cuore di una città che, tra storie individuali e storia sociale, si dibatte tra il sangue e la speranza. Una speranza che può lavare il sangue versato se costruita giorno per giorno, se ognuno fa la sua parte, se oltre alla denuncia si ha il coraggio di credere che sia possibile voltare pagina. La città ha bisogno di spazi di speranza, la città non deve dimenticare di essere all’altezza di grandi eventi.
Napoli deve poter credere che, sulle immagini buie di "Gomorra", si può ricostruire la "città del sole". «Dopo "Gomorra", c’è la città di Dio!» , ha affermato il direttore del "Tg1" Gianni Riotta, che nel libro del cardinale ha trovato una via d’uscita a quel "baratro" di delinquenza descritto dall’amico Saviano. Lontano da ogni enfatica eloquenza, il testo di Sepe è un autentico grido di speranza che apre nuovi orizzonti, è un vero e proprio diario di un vescovo che senza remore racconta i timori, le amarezze, le ansie e le preoccupazioni, la gioia e la commozione di momenti esaltanti del suo ruolo di "padre", missionario tra la gente. È un diario che si legge tutto d’un fiato, che invita il lettore a conoscere Napoli nella sua verità, in un linguaggio schietto, proprio di un "pastore" che dal primo momento ha saputo parlare la lingua del suo popolo e ha rilanciato la speranza con un saluto ormai proverbiale: «C’a Maronna c’accumpagni».