PAROLA E PAROLE

RITAGLI     Il «branco»,     DOCUMENTI
un modello giovanile da smontare

GENNARO MATINO
("Avvenire", 27/5/’08)

Ancora violenza.
Una violenza "gratuita", quella che a
Niscemi ha indotto dei ragazzini a strangolare una compagna e a gettarla in un pozzo. La stessa violenza che a Verona ha portato 5 giovani di «famiglia perbene», etichettati come "naziskin", a uccidere Nicola con calci e pugni.
In entrambi i casi si tratta di una violenza senza ragione, non "ascrivibile" al clima ideologico, "pseudo-politico" o al degrado di una città. Non ci possono essere motivi per essere uccisi a 14 anni come a Niscemi, e Nicola non aveva "colore" politico, era semplicemente ritenuto «diverso» perché portava il "codino". Due tragedie che potevano capitare ovunque, che ci inducono a riflettere sul vuoto culturale, politico, etico che attraversa il nostro tempo e spinge sempre più i nostri giovani a trovare rifugio nel "branco". Nemmeno più i genitori sembrano conoscere e riconoscere i propri figli. L’unico a dettare le regole del vivere, il "branco", sembra essere paradossalmente la sola struttura capace di offrire ai ragazzi quell’identità che la nostra società, "sfaldata" da una confusione di ruoli senza limiti e dalla "globalizzazione" delle idee, non offre più.
Crollati i confini ideologici, annientati i valori morali e le tradizioni locali nel relativismo "etico-culturale", i giovani vanno alla ricerca della propria identità ingaggiando una assurda "caccia" al diverso e al più debole, generando antiche e nuove forme di razzismo. Nata da "fondamentalismi" o da "contrapposizioni" effimere o occasionali, in tutti i casi la violenza, oggi, è una violenza "nichilista", che si aggrappa ora a un’ideologia, ora a una "tifoseria" o ad altro per dare ragione, se così si può dire, al proprio irrazionale sfogo. Freud direbbe che quando le "pulsioni" aggressive innate non trovano la via della "sublimazione", che costruisce la civiltà, trovano sfogo nel gesto, nella violenza fine a se stessa. Ecco, allora, che una parte dei nostri giovani, senza linguaggio, senza parole vere, senza identità e senza futuro, in una società che non offre prospettive, si nascondono nel "branco", nella massa, dove annullata la volontà del singolo si obbedisce ciecamente al volere di un capo che offre protezione, sicurezza, simboli, sia pure "aberranti", nei quali riconoscersi. Una situazione "schizofrenica", quella di molti ragazzi che si nascondono nel "branco" per esibirsi, per capire chi sono, per essere riconosciuti da un mondo, ancor più "schizofrenico", che da un lato offre il sogno irraggiungibile del facile successo, dall’altro non offre nemmeno un lavoro normale. Quanto grande dev’essere la frustrazione di ragazzi e ragazze che non somigliano ai modelli proposti dai "media": il fisico atletico, la bellezza sensuale, i soldi guadagnati con un colpo di fortuna a un "quiz" televisivo, per la stragrande maggioranza resteranno solo un "miraggio". Eppure, se centosessantamila giovani fanno la fila per entrare al "Grande Fratello", vuol dire che credono solo a quei sogni, vuol dire che oggi l’unica "agenzia educativa" è la televisione. Vuol dire che siamo tutti "corresponsabili" di una sconfitta culturale che ha "deprivato" la famiglia e la scuola del loro ruolo educativo, capace, un tempo, di offrire modelli "sani", costruttivi e soprattutto reali e raggiungibili. Il vuoto dei nostri ragazzi non può essere più riempito di «cose» ma, come un "lutto", va elaborato. Sta a noi adulti aiutarli a investire le loro energie in affetti sicuri e progetti concreti. Il disagio dei giovani, delle "vittime" e dei "carnefici", che a volte si chiama droga o alcool, anoressia o bulimia, depressione o "sballo", o violenza gratuita, è espressione del più grave disagio di una civiltà che, "imbastardita" da interessi economici, non è più in grado di proporre come vincente il modello dei tanti giovani che, nell’ombra, ce la mettono tutta per costruire un mondo migliore.