PAROLA E PAROLE

RITAGLI     L’emergenza educativa non va in vacanza     DOCUMENTI

Gennaro Matino
("Avvenire", 10/6/’08)

Con la chiusura delle scuole l’emergenza educativa, denunciata ultimamente dal Papa e dal cardinale Angelo Bagnasco, diviene un problema ancora più urgente. E non solo per la Chiesa.
Anche il mondo "laico", che spesso lamenta l’ingerenza della Chiesa nella "laicità" dello Stato e della cultura, dovrebbe se non altro porsi il problema dell’educazione dei ragazzi e dei giovani. In un tempo in cui il legame generazionale tra padri e figli sembra essere molto più debole e la tradizione appare un fantasma del passato incapace di parlare al presente, se è compito della Chiesa occuparsi dell’evangelizzazione delle nuove generazioni, anche lo Stato dovrebbe saper offrire al mondo giovanile delle opportunità di crescita.
Educare alla fede è la missione della Chiesa ma, al di là di ogni etica religiosa, ogni comunità ha il compito di educare i suoi figli. Educare, da «educere», significa «far venir fuori» sentimenti, attitudini, creatività, il meglio che ogni ragazzo ha dentro di sé; significa favorire quello sviluppo armonico della personalità che la scuola da sola non può fare emergere. La nostra società, invece, sta facendo venir fuori il peggio: la rabbia e tutti gli aspetti più negativi di un "narcisismo" esasperato, proprio di chi, soprattutto nell’adolescenza e in assenza di relazioni autentiche, cerca nell’altro l’immagine di sé, una risposta al vuoto interiore.
"Bullismo", violenza, droghe, l’attenzione ossessiva al proprio aspetto fisico sono tutti segnali inequivocabili del fallimento di una generazione – la nostra – che non ha saputo riempire quel «vuoto desolante» che ha portato i nostri ragazzi a cercare nei "media" modelli da imitare e un po’ di compagnia. Non c’è altra via, ha affermato Bagnasco, che quella di «una rinnovata opera educativa» e forse l’estate potrebbe essere, per la Chiesa e per lo Stato, il banco di prova per sperimentare una proposta educativa alternativa e offrire ai più giovani un’esperienza diversa, fatta di condivisione, capace di ricostruire la fiducia negli altri e la passione per la vita.
Finita la scuola, oggi c’è ancora più solitudine. Un tempo le vacanze erano un ulteriore momento di aggregazione, si andava in villeggiatura tutti insieme: genitori e figli, nonni, zii e cuginetti. In un’unica casa, un po’ stretta per tutti, l’estate diventava il tempo della condivisione e dell’allegria. Per i bambini più poveri c’erano le "colonie" o comunque c’era il cortile del palazzo, la piazzetta del quartiere, c’era l’oratorio, di sicuro c’era sempre la famiglia e la compagnia – quella vera – non mancava mai.
Oggi l’estate è il periodo della "disgregazione" per eccellenza: nelle famiglie benestanti i genitori vanno da una parte e i figli da un’altra, ognuno per conto suo con gli amici del momento. Finito lo "stordimento" della vacanza e la compagnia "effimera" e occasionale dell’estate, più stanchi e stressati di prima, ancora più vuoti, ognuno torna alla sua solitudine: adulti, giovani, ragazzi. Per le famiglie più povere non c’è differenza, d’inverno si soffre il freddo, d’estate il caldo, ma in ogni caso bisogna far "quadrare" il pranzo con la cena e le vacanze restano solo un sogno.
In tutti i casi, ogni estate, sono sempre i più giovani a pagare le spese di un tempo in cui, in assenza delle tradizionali "agenzie educative", sono lasciati allo "sbando", in balia di se stessi. Dopo un brutto inverno, che ha visto tanti ragazzi protagonisti della "cronaca nera", facciamo in modo che quest’estate sia per i più giovani un tempo nuovo e costruttivo. Lo Stato deve fare la sua parte, noi nel frattempo riappropriamoci del vuoto, organizziamo "campi scuola", rilanciamo gli oratori, apriamo le nostre parrocchie al silenzio delle famiglie. Forse ci accorgeremo che i nostri ragazzi alla musica assordante delle discoteche, che volutamente impedisce di parlare, preferiscono qualcuno che li ascolti.