PAROLA E PAROLE

RITAGLI     La «religione» dei "boss"? È "superstizione"     DOCUMENTI

GENNARO MATINO
("Avvenire", 24/6/’08)

Sono passati quindici anni da quando Giovanni Paolo II dalla Sicilia lanciò il suo "anatema" alla mafia: «Convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!». Il Grande Papa, poco prima, aveva incontrato privatamente gli anziani genitori del giudice Rosario Livatino, il Magistrato ragazzino ucciso dalla mafia.
Il turbamento e la commozione per quell’esperienza provocò il grido pubblico di dolore che, da allora ad oggi, ancora riecheggia dalla "Valle dei Templi", nelle strade della quotidiana "mattanza" ad opera di chi avrebbe dovuto farlo proprio e invece… «Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana "agglomerazione"… mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio: non uccidere!». La conversione è la più alta conquista credente, non è solo adesione intellettuale a un "credo", pratica rituale di un culto, ma trasformazione definitiva del proprio passato in progetto di vita. È orientare la propria esistenza nella stessa direzione della fede e se la verità per i cristiani è quella ereditata dal Maestro, allora convertirsi è volere ciò che vuole lui. "Ecco, io vengo a fare la tua volontà!". Ora, chiedere la conversione al "mafioso", al "camorrista", a chiunque senta il bisogno di cambiare vita è anche proclamare la completa e totale avversità del credente – e di chi si reputa tale – a un sistema di vita che, contrario alla verità, è strategia di peccato. Non c’è giustificazione sociale, non c’è analisi storica, non c’è questione ambientale o culturale che giustifichi il male: «Il vostro parlare sia sì sì, no no. Il resto è del maligno!». Purtroppo i sistemi "malavitosi", per poter sopravvivere, hanno bisogno di una forte organizzazione "aggregativa" che, sapientemente costruita sulle dinamiche dell’affare, ha bisogno di consensi e di "riconoscibilità" fondata su parole, immagini, riti che trovano nella "superstizione" terreno fertile. Perché dimenticare che i maghi e i "ciarlatani" d’ogni tempo, frequentati da certa ricca borghesia, pur di ottenere i loro scopi si servono del sentimento religioso come "sponda" dei loro affari? E quanto scalpore è capace di provocare, tra i malcapitati "adepti", un mistico "santone" o il predicatore di turno, custode di chi sa quali prodigiosi e divini misteri? Qualcuno si meraviglia che il "mafioso" e il "camorrista" facciano ricorso continuo e strumentale alla simbologia cattolica, credendo così di ottenere l’assoluzione per le loro "nefandezze". Nella famosa serie televisiva "I Soprano", un "capo-mandamento" si lamenta con il suo parroco, perché dopo 23 anni di beneficenza non è stato capace di garantirgli il Paradiso. Non è rara la notizia di "capi-mafia" e "camorristi" devoti, "portantini" di santi e madonne in processione, o abitudinari lettori di testi sacri o di pellegrinaggi ai santuari. Non c’è da meravigliarsi. Eppure ogni volta è la stessa storia, quasi a voler ipotizzare una sorta di assuefazione della predicazione cristiana alla "malavita", una qualche collusione all’inganno della delinquenza e alle sue drammatiche conseguenze.
Nessuno si meraviglia, invece, se i camionisti tengono ben in evidenza le immagini votive sul "parabrezza" dei loro "Tir", che certo non sono luoghi di preghiera, dato che sul finestrino opposto ci sono le donnine nude. I "benpensanti", che a giusta ragione storcono il naso, quando i giornali parlano di malviventi catturati tra santi e madonne, dimenticano che spesso nel loro portafogli, insieme all’"immaginetta" della Vergine, c’è un bel "corno". In tutto il mondo credente, e non solo in casa cristiana, la "superstizione" è la religione più difficile da estirpare, soprattutto quando è alimentata dall’ignoranza e dall’arroganza. Perfino nella mistica India, a latitudine "indù", Vikram Chandra descrive un "capo-racket" che così si giustifica: «Era già tutto scritto, sto svolgendo il ruolo che mi ha affidato Dio».