PAROLA E PAROLE

RITAGLI    Uscire dai sepolcri che soffocano la vita    DOCUMENTI

Gennaro Matino
("Avvenire", 18/3/’08)

Solo due giorni fa, agitando un ramoscello d’ulivo, abbiamo esultato cantando: «Osanna nell’alto dei cieli!». Un canto di gioia che spesso scaturisce più dalla voglia di rimuovere la tristezza e il dolore, che dalla felice consapevolezza che il Signore viene a morire sul legno della croce per "ingoiare" la morte e liberarci per sempre dal limite del "nulla". Oppressi dalla fatica del vivere, ci lasciamo sfuggire la gioia di essere al mondo; pensati da Dio che ha voluto che ognuno di noi, coi suoi pregi e i suoi difetti, in salute o in malattia, in ricchezza o povertà partecipasse alla straordinaria "avventura" della vita, la sua, unica e insostituibile. Eppure, nel "cammino quaresimale" che ci ha portato alla "Domenica delle Palme", il "Vangelo di Giovanni" ci ha mostrato il volto di un Dio che in Gesù Cristo è venuto tra noi per offrirci l’acqua viva che disseta per sempre, per aprirci gli occhi "accecati" dalla nostra "miopia" che c’impedisce di vedere la vita oltre la morte e comprendere che l’uomo "trascende" il dato biologico, sempre. Sia quando è ancora un piccolo "embrione" senza volto, sia quando è "inerme", inchiodato a una "macchina" in un letto d’ospedale, sia quando giace in un "sepolcro", l’uomo è molto più di un "aggregato" di cellule che partecipano della vita dell’universo. Ciò che nasce dalla carne è carne, ciò che nasce dallo Spirito, invece, è dentro e oltre il corpo e nemmeno la morte può distruggere ciò che nasce dall’Alto. Ogni anno, in ogni Eucaristia, celebriamo la Pasqua del Signore, la sua Resurrezione e la nostra salvezza, ma ognuno di noi dinanzi a un "sepolcro chiuso" sembra dimenticare il grido di Gesù sulla tomba dell’amico Lazzaro: «Vieni fuori!» (Gv 11,43). Mai come in quella pagina del Vangelo la natura umana e la natura divina del Maestro sono "fuse" in maniera tale da mostrarci la fragilità del Figlio dell’uomo e la potenza del Figlio di Dio. Come ogni essere umano dinanzi alla tomba di una persona cara, Gesù si commosse, si turbò e pianse e ancora oggi si commuove, si turba e piange ogni volta che l’uomo rimane chiuso nel "sepolcro imbiancato" di una vita senza senso. Allora come oggi, il Figlio di Dio continua a "sgridare" la morte e ogni morte: «Vieni fuori!». È come se ripetesse ad ognuno di noi: «Esci dal "baratro" del nulla, dall’angoscia di "separazione", dalla paura di non farcela, di non essere all’altezza dei falsi "parametri" di un mondo che ti vuole sempre, e a tutti i costi, bello, giovane, ricco e potente. Vieni fuori, esci dal timore delle malattie, dalla "tomba" della depressione e della solitudine, perché non sei solo. Vieni fuori dalla tomba dell’egoismo che uccide più della morte, che t’impedisce di "commuoverti", di turbarti, di piangere sul dolore degli altri. Vieni fuori dall’"individualismo" che ti fa perdere la gioia della compagnia, della condivisione, dell’amicizia.
Vieni fuori dall’arroganza, dalla "presunzione" di essere migliore degli altri, il più grande, perché ti perdi la ricchezza della semplicità dei piccoli e la saggezza degli anziani che hai lasciato ai "margini" della tua esistenza.
Esci dalla "tomba" di un amore "malato" e da ogni "insana" forma di possesso, dalla "mania" di accumulare ricchezze: cerca prima te stesso e ti accorgerai che tutto ciò che hai di troppo è solo un peso. Vieni fuori dalla "tomba" del "pregiudizio", dell’ipocrisia, esci dal "branco", dalla "massificazione" che uccide la preziosa "unicità" del tuo essere. Vieni fuori da ogni legame che "incatena" la tua dignità di uomo, libera il tuo volto dal "sudario" della morte, lasciati travolgere dalla forza della libertà, quella vera».
Lazzaro uscì dal sepolcro con i piedi e le mani avvolti in bende; facciamo uscire dal "sepolcro" l’uomo che è in noi e sentiremo la voce del Cristo risorto che dirà per ognuno di noi: «Scioglietelo e lasciatelo andare» (Gv 11,44).