L’ultima "riflessione quaresimale"

RITAGLI     L’inutile «Osanna» senza capacità di "Croce"     DOCUMENTI

Gennaro Matino
("Avvenire", 5/4/’09)

«Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra» ("Mc15,33").
A nulla era servito l’"ingresso trionfante" a Gerusalemme. Accolto come il "Figlio di Davide", benedetto come colui che viene nel nome del Signore, ora il "Maestro" è solo, inchiodato sul legno della
"Croce". E come sempre quando l’aspirazione al potere calpesta la giustizia, quando per "trenta denari" si è pronti a vendere se stessi, quando l’egoismo uccide l’amore il giudizio di Dio oscura la terra. La storia si ripete ogni volta che l’uomo abbandona sulle "croci" del mondo i suoi fratelli più deboli. A poco serve oggi, "Domenica delle Palme", agitare l’ulivo della pace e gridare: «Osanna nell’alto dei cieli» se, come i discepoli al "Getsèmani", non sappiamo vegliare accanto a chi implora: «Padre, allontana da me questo calice». A nulla serve inventarsi "strategie politiche" o "riforme economiche" per uscire dal buio di una "crisi" finanziaria, sociale, ecologica, energetica, ma soprattutto "etica" che affonda le sue "radici" nel profondo del cuore dell’uomo, dove risiede la libertà di scegliere tra il bene che illumina l’esistenza e il male che oscura la terra. E noi possiamo scegliere se salvare la famiglia o la "carriera", il "mercato" o i posti di lavoro, la dignità dell’uomo o la sua "cupidigia". «È necessario – ammoniva Paolo VI più di trent’anni fa – ... il rinnovamento interiore dell’uomo: dell’uomo che pensa, e pensando ha smarrito la certezza nella "Verità"; dell’uomo che lavora, e lavorando ha avvertito d’essersi tanto "estroflesso" da non possedere più abbastanza il proprio personale "colloquio"; dell’uomo che gode e si diverte e tanto "fruisce" dei mezzi eccitanti una sua "gaudente" esperienza da sentirsene presto annoiato e deluso». Fra una settimana celebriamo la "Santa Pasqua", la vittoria definitiva della vita sulla morte, ma per "risorgere" un giorno è necessario essere vivi adesso, è necessaria una coraggiosa presa di coscienza per operare un cambiamento di "orientamento", di mentalità.
«Bisogna rifare l’uomo dal di dentro – spiegava, senza mezzi termini, Paolo VI – . È ciò che il "Vangelo" chiama "conversione", chiama penitenza, chiama "metànoia"» ("Apostolorum Limina", 1974). Se non invertiamo la rotta non arriveremo da nessuna parte, chi ha sbagliato direzione può correre all’"impazzata" ma non arriverà mai alla meta giusta. E mai come in questo nostro tempo, in cui per correre troppo non ci siamo accorti che lungo la strada abbiamo perso la "bussola" e ci siamo ritrovati altrove, è necessario fermarsi a riflettere sul senso della nostra vita, della nostra fede.
Se apparteniamo a Cristo, «non possiamo essere come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio» ("2 Cor 2,17"): se crediamo nel "Risorto", dobbiamo partecipare alle sue sofferenze per partecipare alla sua gloria. Se vogliamo assistere alla nostra "trasfigurazione", dobbiamo saper rimanere accanto a chi, "sfigurato" dal dolore, dalla fame, dall’ingiustizia e dalla nostra indifferenza, rimane solo sulla "Croce". Se davvero vogliamo essere uomini della "resurrezione", "luce del mondo", come direbbe il "Maestro", ogni qual volta si oscura la terra dovremmo ricordare che il Figlio di Dio, che avrebbe potuto salvare se stesso, scelse di rimanere inchiodato alla "Croce" per assumere su di sé il dolore del mondo. Ad una umanità che chiedeva l’intervento prodigioso di Dio nella storia, Gesù rispose sacrificando se stesso, per insegnarci la via del "riscatto" che passa necessariamente attraverso la strada della "condivisione" e della "solidarietà". Se fosse sceso dalla "Croce", avrebbe salvato se stesso ma avrebbe abbandonato l’umanità alle sue "croci". Ora sta a noi fare una scelta di fede: se crediamo nella "resurrezione" dobbiamo "rinascere" dall’alto per superare la "notte". «Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini» ("1 Cor 15,19"). E allora, soli con le nostre domande "irrisolte", imputeremo a Dio i nostri "fallimenti" e come i passanti sotto la "Croce" gli diremo: «Salva te stesso scendendo dalla croce» ("Mc 15,30").