Gerusalemme, dove la
Pasqua si "respira"
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Gennaro
Matino
("Avvenire",
8/4/’08)
Essere a Gerusalemme
in questi giorni è "respirare" Pasqua, farla passare attraverso le
proprie narici e lasciarsi "inebriare" dal "grido" dell’assurdo:
«Cristo è davvero risorto». Un grido che coinvolge, che arriva allo stomaco,
e commuove come l’amore innocente che "spacca" la banalità del
vivere. Essere qui è "respirare" la pace, non quella che il mondo
ancora non conosce, ma quella che arriva dentro, che fa rinascere l’uomo dall’Alto
e lo apre a nuovi orizzonti. La "Basilica della Resurrezione" è un
"crocevia" di popoli, pianto di genti e gioia incontenibile di
sorprese. Il marmo dell’unzione, subito all’ingresso del "tempio",
è unto misto di olio profumato e lacrime, tenute nascoste da tempo, ora libere
di essere versate, senza "pudore". Poco importa del rumore
"estraneo", non si avverte fastidio per i passi del "passeggero"
distratto arrivato qui da turista, per pura curiosità, non distraggono i
"flash" delle "fotocamere", veloce contatto con una pietra
che resta con il solo sapore del marmo. Chi è qui per sfondare il
"muro" dell’apparenza, chi è qui per rimuovere la pietra e
"oltrepassare" la barriera del "terzo giorno" è troppo teso
e coinvolto per non abbracciare la luce di Pasqua, nemmeno sente il rumore dei
passi senza memoria. Qui, proprio in questo "sepolcro", il Figlio dell’uomo
ha sconfitto la morte, quella definitiva, ma non ancora quella che i figli degli
uomini si portano dentro. Essere a Gerusalemme in questi giorni è anche essere
protagonisti di un tempo che ancora non riesce a lasciarsi coinvolgere dal
"grido" della vita, della pace, la stessa pace che il Risorto annuncia
ai discepoli prigionieri nel "cenacolo". Non puoi non farti domande di
senso quando partecipi alla "memoria" del popolo eletto, pregando a
quel "muro" che racconta "vestigia" passate e ricorda il
tempio distrutto mentre i giovani, ormai adulti per quella comunità, leggono la
"Torah". Non puoi non farti provocare dall’altro "muro",
diverso da quello del pianto, ma comunque bagnato di lacrime, eretto per
dividere il destino di due popoli. Qui, o altrove, il "muro" innalzato
dall’odio insensato, da menzogne passate per verità, è sempre lo stesso,
uguale in qualunque frontiera che mette uomo contro uomo, fratello contro
fratello. Testimone occasionale, alla barriera di uno dei tanti "check-point",
ho visto il pianto di chi in casa propria si sente "prigioniero". Un
padre, israeliano, tre bambini per mano, cercava di tornare a casa da Betlemme,
ma il varco non era quello giusto, da lì passano solo le auto e l’altro varco
era già stato chiuso.
«Devo tornare a casa, mia moglie è in pena». «Da qui non si passa». Una
risposta secca, "metallica" come il rumore delle armi, che non lascia
spazio al dialogo, alla pietà, alla compassione. La voce dell’uomo, a guardia
di quel confine contro natura, non aveva più nulla di umano. «Da qui non si
passa». Faccia a faccia, l’ebreo e l’ebreo, il padre e la guardia. L’uno
col volto segnato dalla sofferenza, l’altro, senza espressione, col fucile
puntato. Grida, urla, "spintoni", tre creature impaurite e il loro
pianto dirotto. Ripensavo al "sepolcro" vuoto, ma l’immagine che ora tornava
alla mia mente era quella di Cristo nell’"Orto degli Ulivi", sentivo
la sua angoscia, la sua paura, la stessa che ora provavano quei bambini,
"avvinghiati" alle gambe del padre, ancora troppo piccoli per bere
quel "calice" amaro. Quanto lontana mi sembrava Gerusalemme, quanta
distanza aveva provocato quel pianto di bambini, che ora evocava in me il pianto
di Maria ai piedi della Croce. Quante madri ancora dovranno piangere i loro
figli. Quanto lontana mi sembrava, adesso, la "Basilica della
Resurrezione", eppure ero ancora a Gerusalemme.