Chi "fomenta" la rabbia
dei poveri
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Gennaro
Matino
("Avvenire",
22/4/’08)
Quando a New Delhi, al Cairo, ad
Haiti, a Città del Messico il popolo scende in piazza perché non può comprare
grano e riso, torna lo "spettro" della "rivolta del pane" di
"manzoniana" memoria: «Le strade e le piazze brulicavano d’uomini,
che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune,
conoscenti o estranei, si riunivano in "crocchi"... Non mancava altro
che un’occasione, una spinta, un avviamento qualunque, per ridurre le parole a
fatti».
Torna alla mente la Francia di Luigi XVI quando, all’ombra dello
"sfarzo" della corte di Versailles, l’impennata dei prezzi agricoli
e il "rincaro" del pane provocò nelle classi popolari,
drammaticamente colpite, quella stessa rabbia che attraversa la storia ogni
volta che il potere si costruisce sulla menzogna. Quando l’economia apre i
mercati per l’interesse di pochi, facendo credere a tutti l’esatto
contrario, torna lo "spettro" delle grandi rivoluzioni che hanno
cambiato la storia; quando si muovono eserciti e si giustificano guerre con
motivazioni che poi si rivelano false, torna alla mente il «Grande Fratello»
di George Orwell che denunciava il pericolo della "manipolazione"
delle informazioni e della concentrazione del potere nelle mani di pochi. E
mentre l’Occidente e il Nord del mondo cercano nei "biocarburanti"
soluzioni al "rincaro" del petrolio, la povertà si allarga a macchia
d’olio.
Il potere economico nelle mani di una nuova "oligarchia" sta privando
dei beni di prima necessità aree sempre più vaste del pianeta. Che l’economia
dei Paesi poveri, legata alla vendita di pochi prodotti su mercati "globalizzati",
finisce con l’essere ancora più vulnerabile alle variazioni dei prezzi e all’incalzare
delle nuove tecnologie, è risaputo. Ma quando a reclamare grano e riso sono le
città, e non solo i villaggi dell’"Africa nera" o delle zone dell’India più
arretrata, allora vuol dire che la "globalizzazione" più che dare
vita a un "villaggio globale", in cui dovrebbero convivere sistemi
culturali diversi, ha "globalizzato" la menzogna a vantaggio di pochi
e a danno di molti. Se pensiamo alle merci di scarto o proibite nei Paesi
occidentali, ai farmaci e a quant’altro viene esportato nel "terzo
mondo" dove la legislazione in materia ambientale o di sicurezza è
praticamente inesistente, allora davvero, come qualcuno ha scritto, più che di
"village" globale si dovrebbe parlare di "pillage", di
«saccheggio» globale.
Se, come sostengono in molti, la "globalizzazione" è un processo
inarrestabile, allora accanto all’economia vanno "globalizzati" i
"diritti umani". Non a caso Giovanni
Paolo II asseriva
che gli scambi commerciali e le relazioni internazionali ed intercontinentali
non devono portare alla "tirannia" dei forti sui deboli. Non a caso esortava
"profeticamente" a porre al centro del nuovo "umanesimo" i
diritti della persona e dei popoli, unica via per generare pace e giustizia.
Oggi si fa un gran parlare di "diritti globali", ma in un mondo in cui
è stata "globalizzata" la menzogna la parola «diritto» è ormai
vuota. Quando gli "squilibri" sono tali da far scendere in piazza
intere città, quando il popolo chiede pane torna alla mente, sempre attuale, la
profezia di Ezechiele contro i potenti della terra: «Guai ai pastori del gregge
che pascono se stessi!». L’ammonimento del direttore generale della "Fao",
d’altronde, è esplicito: i "tumulti" non si fermeranno se i Paesi
ricchi non «faranno un passo indietro di almeno vent’anni per correggere
politiche di sviluppo errate».