Divisi
come a Babele,
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studiamo la "lingua" della pace
GENNARO
MATINO
("Avvenire",
6/5/’08)
«Pace a voi!», è il
saluto di Cristo risorto agli Apostoli chiusi nel Cenacolo, ancora chiusi in se
stessi, incapaci di guardare oltre, di credere davvero in "cieli
nuovi" e "terre nuove".
«Pace a voi!», è ancora oggi la benedizione del Signore, su un’umanità che
– incapace di aprire le porte del cuore all’ottimismo, alla gioia, alla
speranza – non trova risposte alla sua storia, quella individuale e quella del
mondo, inevitabilmente segnata da vittorie e sconfitte, drasticamente chiusa nei limiti
dello spazio e del tempo.
Ancora divisa come a Babele, "frastornata" da mille parole, vuote e
bugiarde, l’umanità non ha ancora trovato quella "pace interiore"
che genera pace nelle famiglie, tra culture e paesi diversi, quella pace che
consente di parlare la stessa lingua, pur parlando lingue diverse, come per
miracolo accadde agli Apostoli il giorno della Pentecoste. Eppure, la sera di
quel giorno, il primo dopo il Sabato, il Signore risorto tornò sulla terra per
donarci la pace, una pace diversa da quella ipotizzata dagli uomini come
"patto sociale", una pace che supera ogni logica umana, la pace che
nasce dalla speranza cristiana, dalla certezza che con la morte la vita non è
tolta ma è trasformata. Non è un caso che il Maestro volle legare quell’annuncio
di pace a due "gesti" significativi: mostrò agli Apostoli le mani e
il costato, come per dire: «Guardate, sono proprio io, il crocifisso, morto e
risorto…». Basterebbe questa immagine a cancellare dai nostri volti ogni
ombra di tristezza, a liberare il cuore da ogni inutile "fardello", ma
il Signore, che conosce la nostra fragilità e le nostre paure, volle fare
ancora di più; alitò sui discepoli e disse: «Ricevete lo Spirito Santo». E
in quel "soffio", come il Padre aveva dato vita a un "pugno di
fango", il Risorto diede vita all’uomo nuovo, "rinato" dall’Alto.
In quella "notte", come sempre nella "notte" dell’umanità,
lo Spirito venne a "rinnovare" la faccia della terra. Quello stesso
Spirito che in principio "aleggiava" sulle acque, quello Spirito che
generando la vita nel grembo di Maria diede inizio alla storia della salvezza,
può arrivare anche a noi, nei giorni bui della nostra esistenza, come un
"rombo" improvviso dal cielo, con la forza di un vento impetuoso, come
"lingue di fuoco" a portare pace, la pace del perdono e della
riconciliazione. Nel donarci lo Spirito, il Consolatore promesso, il Signore
come sempre ha mantenuto fede alle sue parole: «Non abbiate paura…, non vi
lascerò orfani». Se avessimo fede quanto un "granellino di senapa",
se riuscissimo a sentire che il Signore è con noi tutti i giorni fino alla fine
del mondo, allora davvero il dolore si muterebbe in gioia, il pessimismo in
ottimismo, perché se Dio è con noi, nessuno può essere contro di noi. La
Pentecoste apre a tutti gli uomini la via della pace, perché «nessuno può
dire "Gesù è Signore" se non sotto l’azione dello Spirito Santo»:
ma nessuno può vivere la Pentecoste, la pace del cuore, se non diventa
costruttore di pace, se non impara ad accogliere l’altro, nella sua unicità,
nella sua differenza "caratteriale", di razza, di religione, come
membra di un solo corpo, unito in Cristo e "vivificato" dallo Spirito.
Il Maestro sapeva che solo lo Spirito, il cui frutto è amore, gioia, pace,
pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé, avrebbe dato
ai suoi discepoli la forza di annunciare la salvezza e a noi tutti il coraggio
di dare ragione della speranza che è in noi. «A ciascuno – insegna Paolo –
è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune», e
ognuno, secondo il suo "carisma", può realizzare il "miracolo
delle lingue".
Tutti sappiamo che c’è una sola "lingua" compresa in tutto il
mondo: quella della "testimonianza". Chi davvero è "rinato"
dallo Spirito, sa essere ottimista, sa essere "testimone" di pace, di
amore, di gioia.