IL MONDO IN VATICANO
Introducendo i lavori
Benedetto XVI ha messo in guardia
dai «tanti rumori che nascondono la presenza di Colui che bussa alla porta».
Il Papa: la
collegialità sia correzione fraterna che guida all’essenziale.
«Anche la Chiesa sarà sottoposta al giudizio di Dio.
Dunque aiutiamoci ad ascoltare il Consolatore».
Da Roma, Salvatore Mazza
Il Sinodo, per parlare alla Chiesa e, insieme, per
parlare al mondo. Alla Chiesa, come esercizio di una collegialità che è via
perché i vescovi trovino sostegno quando si sentono «un po' disperati»,
sostegno che passa anche dalla correzione reciproca. Al mondo, per riaffermare
che gli uomini non devono «usurpare» la creazione ma, al contrario, restituire
uno spazio «pubblico» a Dio.
È stato Benedetto
XVI a dettare le prospettive della XI
Assemblea generale del Sinodo dei vescovi, apertasi domenica scorsa sul tema L'Eucaristia:
fonte e culmine della vita della Chiesa. Lo ha fatto proseguendo, nella
meditazione che ieri mattina ha aperto la prima Congregazione generale, il fil
rouge dell'omelia della Messa inaugurale: e lanciando spunti, suggestioni,
indicazioni che, sommati alle non indifferenti modalità procedurali da egli
stesso introdotte, diventano premesse perché questo appuntamento sia ricordato.
«Se l'amato, l'amore, il più grande dono della mia vita, mi è vicino, se
posso essere convinto che colui che mi ama è vicino a me, anche in situazioni
di tribolazione - ha detto ieri Papa Ratzinger commentando la lettera di san
Paolo apostolo ai Romani, dopo la lectio brevis dell'Ora Terza - rimane
nel fondo del cuore la gioia che è più grande di tutte le sofferenze». Di qui
il nuovo richiamo «ad accorgersi della presenza del Signore vicino a noi», a
«non essere sordi» alla presenza divina, «perché le orecchie dei nostri
cuori sono talmente piene di tanti rumori del mondo che non possiamo sentire
questa silenziosa presenza che bussa alla nostre porte».
Piene al punto che «insensibili, sordi alla sua presenza, pieni di altre
cose», ha aggiunto il Pontefice, finisce che «non sentiamo l'essenziale».
Tutto ciò quando, al contrario, i vescovi devono invece essere «immagini di
Dio». Impegno «spesso difficile», che richiede un «esame di coscienza
regolare» per «riparare» una «rete apostolica» che «spesso non funziona
bene», quasi fosse «strumento da rifare», «corda rotta» da riparare, per
«cercare di ritornare alla sua integrità».
Ed è a questo punto, secondo il Papa, che nasce l'esigenza della «correzione
fraterna», partendo dalla consapevolezza che «una delle funzioni della
collegialità è quella di aiutarci, di conoscere le lacune che noi stessi non
vogliamo vedere: non è mai facile vedere i propri difetti e gli altri li vedono
meglio di noi». Così la correzione fraterna può «aiutarci perché diventiamo
aperti, perché possiamo vedere queste cose», i nostri difetti, e «aiutarci
l'un l'altro perché ognuno possa trovare la sua verità, la sua integralità
come strumento di Dio».
Quasi una premessa questa, nella visione di Benedetto XVI, perché si possa
arrivare a raccogliere quella sfida cruciale rappresentata dall'ateismo, dal
materialismo, dalla riduzione di Dio a opinione privata, dal relativismo. Sfida,
aveva sottolineato nell'omelia di domenica, che investe in maniera particolare
l'Occidente e l'Europa: «La tolleranza, che ammette per così dire Dio come
opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e
della nostra vita, non è tolleranza, ma ipocrisia - era stata la denuncia di
Papa Ratzinger - . Laddove l'uomo si fa unico padrone del mondo e proprietario
di se stesso, non può esistere la giustizia. Là può dominare solo l'arbitrio
del potere e degli interessi».
Sfida da vincere con la fede, perché «il disprezzo dell'uomo da parte
dell'uomo» generato dal materialismo, finisce col fare di noi uomini, «ai
quali la creazione per così dire è affidata in gestione», degli
"usurpatori". Perché «vogliamo esserne i padroni in prima persona e
da soli. Vogliamo possedere il mondo e la nostra stessa vita in modo illimitato.
Dio ci è d'intralcio. O si fa di Lui una semplice frase devota o Egli viene
negato del tutto, bandito dalla vita pubblica, così da perdere ogni
significato».
Ecco allora riemergere l'esigenza di un ritorno alla fede. A partire da una
Chiesa che, per prima - aveva detto sempre domenica - sarà sottoposta al
«giudizio» di Dio. E questo, ha sottolineato ieri il Papa, «esige umiltà, di
non mettersi sopra all'altro, ma di aiutarci reciprocamente», perché «quando
uno è disperato, non vede come andare avanti, ha bisogno della consolazione,
che qualcuno sia con lui, dia coraggio, faccia il ruolo dello Spirito Santo
consolatore: aiutato dallo Spirito Santo stesso». Ciò, ha aggiunto, «è un
invito a fare noi stessi l'opera dello Spirito Santo». Da qui scaturisce la
capacità, per chi guida la Chiesa, di «avere lo stesso pensiero, un pensiero
comune». E «se non condividendo insieme la fede che non è inventata da
nessuno di noi, ma è la fede della Chiesa, come possiamo fare ciò?». La fede
infatti «è il fondamento comune sul quale stiamo e lavoriamo»; e ognuno deve
«vivere la fede nella sua originalità, ma sempre sapendo che questa fede ci
precede».