IL MONDO IN VATICANO

Introducendo i lavori Benedetto XVI ha messo in guardia
dai «tanti rumori che nascondono la presenza di Colui che bussa alla porta».

RITAGLI   Un Sinodo per dire che la vita ha un centro   DOCUMENTI

Il Papa: la collegialità sia correzione fraterna che guida all’essenziale.
«Anche la Chiesa sarà sottoposta al giudizio di Dio.
Dunque aiutiamoci ad ascoltare il Consolatore».

Da Roma, Salvatore Mazza
("Avvenire", 4/10/’05)

Il Sinodo, per parlare alla Chiesa e, insieme, per parlare al mondo. Alla Chiesa, come esercizio di una collegialità che è via perché i vescovi trovino sostegno quando si sentono «un po' disperati», sostegno che passa anche dalla correzione reciproca. Al mondo, per riaffermare che gli uomini non devono «usurpare» la creazione ma, al contrario, restituire uno spazio «pubblico» a Dio.
È stato Benedetto XVI a dettare le prospettive della XI Assemblea generale del Sinodo dei vescovi, apertasi domenica scorsa sul tema L'Eucaristia: fonte e culmine della vita della Chiesa. Lo ha fatto proseguendo, nella meditazione che ieri mattina ha aperto la prima Congregazione generale, il fil rouge dell'omelia della Messa inaugurale: e lanciando spunti, suggestioni, indicazioni che, sommati alle non indifferenti modalità procedurali da egli stesso introdotte, diventano premesse perché questo appuntamento sia ricordato.
«Se l'amato, l'amore, il più grande dono della mia vita, mi è vicino, se posso essere convinto che colui che mi ama è vicino a me, anche in situazioni di tribolazione - ha detto ieri Papa Ratzinger commentando la lettera di san Paolo apostolo ai Romani, dopo la lectio brevis dell'Ora Terza - rimane nel fondo del cuore la gioia che è più grande di tutte le sofferenze». Di qui il nuovo richiamo «ad accorgersi della presenza del Signore vicino a noi», a «non essere sordi» alla presenza divina, «perché le orecchie dei nostri cuori sono talmente piene di tanti rumori del mondo che non possiamo sentire questa silenziosa presenza che bussa alla nostre porte».
Piene al punto che «insensibili, sordi alla sua presenza, pieni di altre cose», ha aggiunto il Pontefice, finisce che «non sentiamo l'essenziale». Tutto ciò quando, al contrario, i vescovi devono invece essere «immagini di Dio». Impegno «spesso difficile», che richiede un «esame di coscienza regolare» per «riparare» una «rete apostolica» che «spesso non funziona bene», quasi fosse «strumento da rifare», «corda rotta» da riparare, per «cercare di ritornare alla sua integrità».
Ed è a questo punto, secondo il Papa, che nasce l'esigenza della «correzione fraterna», partendo dalla consapevolezza che «una delle funzioni della collegialità è quella di aiutarci, di conoscere le lacune che noi stessi non vogliamo vedere: non è mai facile vedere i propri difetti e gli altri li vedono meglio di noi». Così la correzione fraterna può «aiutarci perché diventiamo aperti, perché possiamo vedere queste cose», i nostri difetti, e «aiutarci l'un l'altro perché ognuno possa trovare la sua verità, la sua integralità come strumento di Dio».
Quasi una premessa questa, nella visione di Benedetto XVI, perché si possa arrivare a raccogliere quella sfida cruciale rappresentata dall'ateismo, dal materialismo, dalla riduzione di Dio a opinione privata, dal relativismo. Sfida, aveva sottolineato nell'omelia di domenica, che investe in maniera particolare l'Occidente e l'Europa: «La tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e della nostra vita, non è tolleranza, ma ipocrisia - era stata la denuncia di Papa Ratzinger - . Laddove l'uomo si fa unico padrone del mondo e proprietario di se stesso, non può esistere la giustizia. Là può dominare solo l'arbitrio del potere e degli interessi».
Sfida da vincere con la fede, perché «il disprezzo dell'uomo da parte dell'uomo» generato dal materialismo, finisce col fare di noi uomini, «ai quali la creazione per così dire è affidata in gestione», degli "usurpatori". Perché «vogliamo esserne i padroni in prima persona e da soli. Vogliamo possedere il mondo e la nostra stessa vita in modo illimitato. Dio ci è d'intralcio. O si fa di Lui una semplice frase devota o Egli viene negato del tutto, bandito dalla vita pubblica, così da perdere ogni significato».
Ecco allora riemergere l'esigenza di un ritorno alla fede. A partire da una Chiesa che, per prima - aveva detto sempre domenica - sarà sottoposta al «giudizio» di Dio. E questo, ha sottolineato ieri il Papa, «esige umiltà, di non mettersi sopra all'altro, ma di aiutarci reciprocamente», perché «quando uno è disperato, non vede come andare avanti, ha bisogno della consolazione, che qualcuno sia con lui, dia coraggio, faccia il ruolo dello Spirito Santo consolatore: aiutato dallo Spirito Santo stesso». Ciò, ha aggiunto, «è un invito a fare noi stessi l'opera dello Spirito Santo». Da qui scaturisce la capacità, per chi guida la Chiesa, di «avere lo stesso pensiero, un pensiero comune». E «se non condividendo insieme la fede che non è inventata da nessuno di noi, ma è la fede della Chiesa, come possiamo fare ciò?». La fede infatti «è il fondamento comune sul quale stiamo e lavoriamo»; e ognuno deve «vivere la fede nella sua originalità, ma sempre sapendo che questa fede ci precede».