IL VIAGGIO DEL PAPA
Duemila
persone hanno gremito la chiesa.
Nel cortile un gruppo di giovani ha scandito i nomi di Benedetto XVI e di
Bartolomeo I,
venuto a «restituire» la visita compiuta dal Successore di Pietro.
Prima dell’Eucaristia il Pontefice ha liberato tre colombe bianche, simbolo di
pace.
Gesti e parole di una visita che resterà nella memoria.
Non solo dei cristiani. Non solo dei turchi.
Nella
cattedrale latina dello Spirito Santo l'ultimo atto della visita.
Per Ratzinger un congedo festoso dalla piccola comunità cattolica.
Dal nostro inviato a Istanbul, Salvatore Mazza
L'ultimo atto è una festa. Anzi «la» festa. Quella della piccola comunità cattolica di Istanbul stretta attorno al suo pastore, al congedo dalla città sul Bosforo dove, confida, lascia «una parte del mio cuore». E all'epilogo di una visita di cui si parlerà ancora. E a lungo. Destinata a segnare un punto di riferimento sia sul versante ecumenico sia su quello interreligioso. Una piccola comunità che conosce ogni giorno «l'umile cammino di accompagnamento con quelli che non condividono la nostra fede ma che dichiarano "di avere la fede di Abramo e che adorano con noi il Dio uno e misericordioso"». E a nome della quale, ma non solo di essa, torna a riaffermare i diritti di una Chiesa che «non vuole imporre nulla a nessuno, e che chiede semplicemente di poter vivere liberamente per rivelare Colui che essa non può nascondere, Cristo Gesù che ci ha amati fino alla fine sulla Croce e che ci ha dato il suo Spirito, presenza viva di Dio in mezzo a noi e nel più profondo di noi stessi». Sono forse duemila, forse di più le persone riunite, ieri mattina, per il congedo dalla Turchia di Papa Ratzinger nella chiesa ottocentesca intitolata allo Spirito Santo, cattedrale latina di Istanbul. Nel piccolo cortile trova i giovani della comunità ad accoglierlo cantando, e scandendo il suo nome assieme a quello del patriarca ecumenico Bartolomeo I, che è qui a «restituire» la visita del giorno prima di Benedetto XVI al Fanar. Un nuovo abbraccio tra i due sullo sfondo del grande manifesto che li ritrae consegnando alla memoria l'immagine forse centrale di questi quattro giorni in Turchia. E poi l'abbraccio con il patriarca armeno Mesrob II, e col metropolita siro-ortodosso Fuluksinos Yusuf Cetin. È loro che saluta per primi all'inizio della Messa, ringraziandoli per la loro presenza, un «gesto fraterno», dice, «che onora tutta la comunità cattolica». E ancora rivolto a loro, all'omelia, riflette: «Come non pensare ai diversi eventi che hanno forgiato proprio qui la nostra storia comune? Al tempo stesso sento il dovere di ricordare in modo speciale i tanti testimoni del Vangelo di Cristo che ci spronano a lavorare insieme per l'unità di tutti i suoi discepoli, nella verità e nella carità!». Le parole richiamano il primo gesto compiuto dal Papa al suo arrivo nella Cattedrale, quando ha liberato tre colombe bianche e, subito dopo, ha benedetto una statua di Giovanni XXIII, destinata alla non lontana chiesa di Sant'Antonio. Attorno all'altare ci sono monaci con i cappucci sul capo e metropoliti con i loro grandi manti. Ed è loro che Benedetto XVI invita a essere «sempre aperti allo spirito di Cristo» e, pertanto, «attenti a quelli che hanno sete di giustizia, di pace, di dignità, di considerazione per essi stessi e per i loro fratelli. Vivete tra voi secondo la parola del Signore: "Da tutto questo sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri"». Finita la Messa Papa Ratzinger approfitta dell'ultimo microfono che ha davanti per esprimere la propria riconoscenza alla nazione che lo ha ospitato: «Alla fine vorrei ringraziare l'intera popolazione di Istanbul e delle altre città della Turchia per la cordiale accoglienza che mi è stata ovunque riservata. Il mio ringraziamento è ancor più sentito e profondo, perché so che la mia presenza in questi giorni ha creato non pochi disagi allo svolgimento della vita quotidiana della gente. Grazie di cuore anche per la comprensione e per la pazienza dimostrata». Poi via, in auto, verso l'aeroporto di Istanbul e l'aereo che lo riporterà a Roma. Non sono previste cerimonie ufficiali di congedo: ma al governatore della città Muhammer Guler confida: «Una parte del mio cuore rimane a Istanbul, questa magnifica città». Prima di ribadire il «dovere» del dialogo tra mondo cristiano e islamico e tra le culture. «Grazie - ha detto - perché realmente questo viaggio si è svolto in modo sereno... Per il pastore supremo della Chiesa cattolica il dialogo è un dovere. Rendo grazie al Signore per aver potuto dare un segno di dialogo per una maggiore comprensione tra le religioni e le culture, in particolare l'islam». E all'invito del governatore di tornare a visitare la Turchia, risponde: «Sono vecchio, e non so quanto il Signore mi concederà».