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«I medici siano al servizio dei più deboli»

Nel messaggio al convegno in Cattolica su scienza medica e comunicazione,
l'invito a tutelare chi è malato o non può parlare, come morenti e nascituri.

Da Roma, Salvatore Mazza
("Avvenire", 17/2/’07)

Identificare nella «capacità relazionale e comunicativa» il «"tutto" della persona». Perché in tal modo diventa «chiaro che non c'è spazio nel mondo per chi, come il nascituro o il morente, è un soggetto strutturalmente debole». E per questo allora diventa tanto più urgente esplorare a fondo «la relazione fra medico e paziente», per impedire che la professione medica si limiti alla cura della sofferenza fisica, ignorando la totalità della persona, e prestandosi così a «manipolazioni» e a «distorsioni» della sua natura più vera.
Con un forte richiamo all'Enciclica di Papa Wojtyla "Evangelium vitae", così
Benedetto XVI s'è rivolto ieri ai partecipanti al Convegno internazionale su «Comunicazione e relazionalità in medicina, nuove prospettive per l'agire medico». Nel suo Messaggio ai medici, riuniti all'Università Cattolica di Roma su iniziativa dell'Associazione "Mdc" ("Medicina dialogo comunione" - ispirata al carisma del Movimento dei Focolari) - Papa Ratzinger affronta il problema della «debolezza» ricordando innanzitutto quale sia la vocazione del medico di fronte a una medicina come quella contemporanea «sempre più soggetta a manipolazioni, a tentativi di distorsione della sua natura specifica, che è quella di un sapere al servizio dell'uomo malato». Quest'ultimo, infatti, deve poter contare su una «dimensione relazionale» che coinvolga tutti gli attori di una struttura medica, dall' "équipe" che segue il paziente al contesto familiare del malato stesso.
In tutto questo, aggiunge il Papa nel suo messaggio trasmesso al Convegno dal cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, diventa chiara «la centralità» che la comunicazione occupa nella professione medica. Nasce proprio a questo punto la constatazione di come sia sbagliato ridurre la persona alla sua capacità di interagire in quanto, appunto, in tal modo viene negata una piena dignità umana a chi, come il «nascituro» o il «morente», appare «strutturalmente debole» e all'apparenza «totalmente assoggettato alla "mercé" di altre persone e da loro radicalmente dipendente», in grado di comunicare «solo mediante il muto linguaggio di una profonda simbiosi di affetti».
In questa chiave allora, osserva il Pontefice, le «nuove prospettive» alle quali si riferisce il titolo del Convegno vanno lette «nell'ottica di una capacità comunicativa che fonda l'essere uomo al di sopra di quei valori fittizi che vengono sempre più imposti dalla società moderna, quali efficienza, produttività e autonomia». L'auspicio che accompagna questa iniziativa, dunque, è per il Papa «di scoprire una sempre maggiore autenticità delle relazioni nel mondo della medicina». Un'autenticità che metta in gioco tutto l'essere, «in una visione partecipativa e solidale con la realtà sofferente dell'altro».
Al Convegno, che si conclude oggi, sono arrivati anche i messaggi del ministro della Salute Livia Turco, e di
Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari. «Il lavorare nell'ambito della medicina - ha scritto la Lubich - dà la possibilità di amare il prossimo in un crescendo di carità che va rivolta a tutti; una carità che non è mero sentimentalismo, ma concreto agire, sempre attento alle necessità del momento; una carità capace di instaurare con tutti un dialogo profondo che, se vissuto da più, genera comunione, unità».